Minori e farmaci, HC intervista il Prof. Caffo

A Firenze, si è tenuto il XIII Congresso Internazionale dell’ESCAP, la Società europea di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Oltre a discutere sui metodi di valutazione diagnostica più innovativi e sui trattamenti efficaci nelle fasi cruciali dello sviluppo, al Congresso è stata sottoscritta la "Dichiarazione di Firenze".

Si tratta della prima Carta europea per i diritti e i doveri per la tutela della salute mentale dei bambini e degli adolescenti, che prevede, tra l’altro, la definizione di un formulario per la regolazione dell’uso degli psicofarmaci nel trattamento dei bambini e degli adolescenti.

Per saperne di più, Help Consumatori ha intervistato Ernesto Caffo, Presidente dell’ESCAP e Professore di Neuropsichiatria Infantile nell’Università di Modena e Reggio Emilia, oltre che fondatore e Presidente di Telefono Azzurro.

D. Da qualche anno, in Italia, in seguito alla reintroduzione del Ritalin come trattamento farmacologico dell’Adhd, sindrome da deficit di attenzione e iperattività, si è riacceso il dibattito intorno all’uso di psicofarmaci per bambini e adolescenti. La Dichiarazione di Firenze si propone, tra l’altro, di regolare le modalità di intervento farmacologico nei confronti dei minori, e arriva dunque come un’azione necessaria, se non urgente e indispensabile. Ce ne parla?

R. Il Ritalin è stata l’occasione per la nascita di un dibattito nazionale e internazionale sulla sicurezza e sull’efficacia dei farmaci in età evolutiva. Molto è cambiato negli ultimi anni nella psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, soprattutto la sensibilità e le conoscenze collettive. La ricerca scientifica è cresciuta in diversi settori, ma non nell’ambito della psicofarmacologia, soprattutto quella che riguarda i bambini. Anche nel nostro Paese, dunque, si è deciso di investire in un dibattito, che ha portato in un primo momento a introdurre negli anni Novanta il farmaco e poi a ritirarlo, perché non c’era ancora un mercato reale in questo settore già, invece, molto sviluppato nel mondo americano. La reintroduzione del farmaco Ritalin in Italia ha riaperto il dibattito generale anche perché nel contempo sono comparsi nuovi farmaci legati all’infanzia. Questo ha portato il Ministero e le Regioni a riflettere su modelli diversi nel controllo dell’uso di farmaci in età evolutiva ed è emerso il bisogno di dotarsi di centri specializzati nel nostro Paese per valutare il reale bisogno di cura attraverso l’intervento di farmaci non solo per l’Adhd, ma anche per altri disturbi mentali. Il medico di famiglia, quindi, non potrà prescrivere i farmaci se non attraverso un percorso di controllo che porterà l’osservatorio nazionale a identificare nel nostro Paese aree in cui c’è un trend di eccessiva crescita nell’uso dei farmaci e aree in cui il trattamento farmacologico non è per nulla utilizzato. Con questa strategia si cercherà di trovare un equilibrio e di monitorare un fenomeno che negli anni diventerà sempre più significativo, si cercheranno risposte più avanzate per quei disturbi che compaiono negli adolescenti, per fare in modo che il trattamento farmacologico sia di aiuto e non sia invece una forma di limitazione del loro sviluppo.

D. Continuando sul tema del Ritalin, qual è la sua posizione? In generale, nel caso di disagio mentale di un minore, qual è la strategia più corretta?

R. I farmaci, se usati in modo attento e mirato, possono limitare crisi di comportamento che possono portare i ragazzi ad avere comportamenti autodistruttivi, suicidari, e limitare la possibilità di disturbi cronici. La carenza di servizi e di cure familiari spesso facilita l’uso di questa scorciatoia chimica che sicuramente non aiuta, perché non è la soluzione. Il farmaco è una modalità di intervento da integrare con altre, perché occorre una cura complessiva del bambino che richiede una grande attenzione psicologica, psicoterapeutica, educativa e sociale. Il farmaco molte volte va a colmare la mancanza di certi servizi: dove non ci sono servizi, non c’è la famiglia o la scuola che funziona, il comportamento può essere trattato con i farmaci. Questo esclusivo ricorso al farmaco ha, però, un’azione limitata, solo di natura sintomatologica, perché spesso non toglie il disturbo del bambino, ma semplicemente riduce alcuni effetti secondari negativi. Se, per esempio, sediamo con dei farmaci un bambino autistico con comportamenti complessi, non andiamo a cambiare la qualità della sua vita, ma solo a diminuire il disagio degli adulti che gli stanno vicino. Va curato sul piano educativo e psicoterapeutico, non con l’uso esclusivo dei farmaci.

D. Nei suoi numerosi scritti e interventi, torna sempre il concetto di "rete", come soluzione strategica da adottare nell’approccio con i bambini e gli adolescenti. Che cosa intende?

R. La rete è uno strumento fondamentale nell’ambito del corretto sviluppo mentale dei bambini, un intervento precoce in cui le diverse agenzie che lavorano attorno al bambino (la famiglia, la scuola, gli specialisti) svolgono il proprio ruolo in un progetto di intervento che non si chiude nell’ambito di una visita o di un incontro, ma talvolta si apre a gruppi di lavoro che permettano al ragazzo di crescere nella comunità e guardare alla qualità della vita come obiettivo principale di intervento. A noi interessa non tanto fotografare il disturbo, quanto costruire un progetto di intervento con una serie di partner in cui ognuno mette in gioco il proprio ruolo specifico e le proprie capacità. Occorre che la famiglia sia aiutata a capire il tipo di disturbo del bambino perchè diventi partner della cura; occorre che ci sia una scuola dotata di strumenti mirati in grado di accogliere il bambino e di inserirlo nella classe; occorre insomma costruire una rete che possa funzionare.

D. Come presidente di Telefono Azzurro, Lei ha implementato questo concetto nei numerosi progetti dell’associazione. "114 Emergenza Infanzia" è uno di questi: ci parla di quest’esperienza che fonda il suo successo sul concetto di rete, oltre che su quello di ascolto?

R. Sicuramente l’emergenza è l’occasione giusta in cui occorre essere efficaci in poco tempo. Di fronte a questi temi di emergenza, Telefono Azzurro risponde cercando di costruire un progetto di aiuto insieme agli altri. Nel caso di "114 Emergenza Infanzia" insieme alla questura, ai carabinieri, alla magistratura, ai servizi sociali e alle comunità di accoglienza. Mettere insieme delle competenze per costruire in ogni realtà locale (ogni regione è diversa l’una dall’altra, il paese è diverso dalla grande città, ecc.) dei percorsi privilegiati, delle pratiche che siano le migliori possibili per dare un aiuto al bambino e alla sua famiglia, cercando di operare nella dimensione comune della vita, sia nelle situazioni di emergenza, in cui occorre sapere immediatamente cosa fare. Per esempio, quando un bambino scappa di casa, deve sapere che può trovare un punto di accoglienza immediato, ma bisogna anche essere in grado di affrontare le ragioni che stanno alla base della fuga, cercando di costruire successivamente un rapporto perché il ragazzo possa proseguire nel suo percorso di sviluppo. Questo vale anche per i bambini e gli adolescenti autori di violenza: in questi casi occorre sempre pensare a soluzioni che non siano solo immediate, come il carcere minorile, ma che siano funzionali allo sviluppo del bambino, che va aiutato sempre e in ogni caso, non punito.

D. Qual è il ruolo delle Helplines e di Internet in Europa? Possono essere considerati tra gli interventi più innovativi al servizio della salute mentale dei minori?

R. Le linee telefoniche per bambini oggi in Europa sono sempre più qualificate. Accanto al nostro percorso, quello di Telefono Azzurro, abbiamo trovato tante altre realtà che hanno fatto grandi passi avanti, per esempio nel Nord Europa. Importante è far sì che ogni bambino sappia che c’è sempre qualcuno che può ascoltarlo quando ne sente il bisogno. Il bambino soggetto di diritti è un elemento sempre più importante: è un bambino che può parlare, che può chiedere aiuto. L’altro aspetto da considerare è che oggi i mezzi di comunicazione sono aperti ai bambini che possono accedere alle nuove tecnologie con estrema facilità (da Internet al cellulare, alle chat). Oggi il bambino ha bisogno di comunicare con il mondo degli adulti. Da qui nasce l’idea di questa rete europea di linee telefoniche di aiuto, un passo importantissimo verso la qualificazione di questi servizi. Da sempre Telefono Azzurro, che è stato uno dei primi fautori di questo percorso, si è mosso in questa battaglia. Molte volte l’Italia non è stata all’avanguardia in molti progetti, ma nel caso delle linee telefoniche per bambini abbiamo avuto l’onore di essere stati i primi a lanciarle, ma anche a qualificarle con un buon risultato.

D. Dopo il XIII Congresso Internazionale dell’ESCAP a Firenze, quali sono i prossimi passi a favore della salute mentale dei bambini?

R. La cura dei bambini in generale oggi richiede competenza e formazione di chi lavora in questo settore. Non è più il momento della buona volontà soltanto, ma occorre una reale riflessione sulla ricerca, sulla conoscenza ed è per questo che a Firenze si è anche parlato di ascolto dei bambini e di ascolto telefonico anche in un contesto di malattia mentale. Il tema dell’infanzia da curare non è più marginale, ma è centrale per le politiche italiane ed europee e questo richiede qualità, formazione e investimenti. Per molto tempo, abbiamo dedicato molte risorse all’assistenza e poche a trovare strumenti e modelli idonei a dare la migliore cura ai bambini, cosa che oggi si può cominciare seriamente a fare.

A cura di Laura Simionato

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