Nucleare, Ferrante: “Il Governo abdica al proprio ruolo”

Lo schema di decreto preparato dal Governo rappresenta un’abdicazione del proprio ruolo da parte dello Stato perché prevede che siano gli operatori a individuare i siti dove potenzialmente realizzare le centrali nucleari: è quanto denuncia il senatore del Partito democratico Francesco Ferrante, che sottolinea il rischio di militarizzazione del territorio e la necessità, al contrario, che qualunque intervento passi attraverso il consenso della popolazione. "Per le centrali nucleari – afferma Ferrante con Help Consumatori – sono fiducioso che gli italiani continueranno a dire no come fecero nell’87".

In un articolo scritto su Europa insieme a Roberto Della Seta afferma che il Governo fa melina sui siti che ospiteranno gli impianti nucleari. Questi siti sono stati individuati o no?

È quello che bisognerebbe sapere, nel senso che l’amministratore delegato di Enel dice: ‘Io i siti li conosco però non ve li dirò nemmeno sotto tortura’, quindi fa pensare che loro abbiano un’idea delle cose. Lo schema di decreto che ha preparato il Governo è particolarmente preoccupante da questo punto di vista, perché sostanzialmente lo Stato in quel decreto abdica all’obbligo di dover almeno individuare le aree dove le centrali nucleari teoricamente dovrebbero essere più sicure da allocare, e in quel decreto è previsto che i siti vengano proprio scelti dagli operatori. La preoccupazione è forte, che si lasci questa scelta all’operatore privato. È preoccupazione forte che si scelgano i siti fra quelli individuati già all’epoca, con una mappa fatta fra la fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta, che potrebbero essere candidati a ospitare queste centrali.

Se fossero i privati a decidere i siti, chi darebbe l’autorizzazione?

Il problema è proprio questo, che lo schema di decreto dice che sono gli operatori che decidono dove mettere le centrali. Poi l’Agenzia del nucleare certificherebbe questi siti. Ma è un’abdicazione inaccettabile da parte dello Stato.

Lei scrive che il Governo ha equiparato le aree ai siti militari. Questo cosa comporterebbe?

Questa è l’altra cosa terribile, nel senso che il Governo si è fatto dare una delega dal Parlamento in cui per difendere i siti eventualmente scelti dagli operatori può utilizzare i militari, presupponendo una militarizzazione di pezzi importanti del territorio italiano. È un modo inaccettabile che può funzionare soltanto nei paesi senza democrazia, non in paesi occidentali. Peraltro il centrodestra sta utilizzando una furbizia: i loro parlamentari qui, in Senato e alla Camera, approvano qualsiasi cosa il Governo proponga sul nucleare, poi tornano nel loro territorio a dire: ‘non vi preoccupate, qui non si faranno mai le centrali nucleari’. Fanno questo in Sardegna, in Puglia, in Abruzzo, nella Pianura Padana, in Sicilia dove hanno appena approvato un ordine del giorno all’unanimità, ma è una presa in giro degli italiani.

11 regioni, anche di centrodestra, hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale perché la normativa prevista limita le competenze regionali. Cosa comporterebbe in termini concreti: una qualche revisione della normativa, una qualche forma di blocco nella costruzione dei siti?

Sì, nel senso che le regioni fanno ricorso alla Corte Costituzionale sulla delega che le taglia fuori dalla scelta, in barba alla Costituzione che prevede esplicitamente poteri delle regioni in questo ambito. È evidente che ove la Corte Costituzionale accogliesse il ricorso delle regioni, come io auspico, ovviamente salterebbe tutto l’impianto che il Governo ha messo su, e si fermerebbe la costruzione delle centrali nucleari.

Secondo lei, cosa succederebbe davanti a una mobilitazione di popolazione che non volesse una centrale nucleare nel proprio territorio? Sicuramente si creerebbero delle tensioni sociali.

Lo dicevo prima: in paesi democratici, non nelle dittature, pensare di prendere qualsiasi tipo di scorciatoia come quella con cui gli enti locali vengono espropriati dei loro poteri, o di mandare l’esercito, è illusorio. Il consenso va cercato sul territorio per qualsiasi cosa si voglia fare. Per le centrali nucleari, sono fiducioso che gli italiani continueranno a dire no come fecero nell’87.

Il Governo ci ripete che il futuro dell’Italia è "nucleare più rinnovabili". Ma il ritorno economico del nucleare esiste davvero o è un salto all’indietro rispetto allo sviluppo delle nuove tecnologie che vanno verso il solare, il fotovoltaico, il geotermico?

È certamente un salto all’indietro. Destinare risorse così ingenti alle centrali nucleari – stiamo parlando, per il programma del Governo, di almeno 30 miliardi di euro – è di fatto spazzare via ogni altra possibilità. Verrebbero travolte le energie rinnovabili ma anche il risparmio energetico. Quindi è sicuramente tornare indietro, per una tecnologia che non è solo è ancora insicura – non si sa ancora dove smaltire le scorie – ma è una tecnologia anti-economica. Altrimenti non si spiegherebbe perché nelle economie di mercato, a parte due eccezioni in Finlandia e in Francia, per il resto non si costruiscono più centrali nucleari da oltre trent’anni. Questo perché non sono nemmeno più convenienti dal punto di vista economico.

Il Partito democratico ha una posizione unitaria sul nucleare?
Il Partito democratico unitariamente si è espresso contro questo ritorno al nucleare. Nel programma del Pd si dice un netto no a ogni ipotesi di ritorno di questa tecnologia. Piuttosto si pensa che sia utile investire nella ricerca per cercare di arrivare a quella quarta generazione del nucleare che, se mai avvenisse, risolverebbe il problema della sicurezza intrinseca e dello smaltimento delle scorie.

Quanto influirà in entrambi gli schieramenti la prossima campagna elettorale sul dibattito sul nucleare? O viceversa, quanto il nucleare entrerà davvero in questo dibattito?

Penso che sia una questione di pulizia morale e onestà intellettuale parlare di nucleare in queste elezioni regionali. Anche su questo si misura la differenza fra il centrosinistra e il centrodestra.

 

di Sabrina Bergamini

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