PESCA. Ambientalisti: “L’Italia nell’elenco Usa dei pescatori pirata”

Per gli Stati Uniti l’Italia è nell’elenco dei pescatori pirata. In una comunicazione inviata al Congresso, il NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) ha identificato Francia, Italia, Libia, Tunisia, Panama e Cina come "nazioni i cui pescherecci erano impegnati in attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata". È quanto denunciano in una nota congiunta le associazioni Greenpeace, Legambiente, Marevivo e WWF per le quali non c’è "nessuna sorpresa" nella segnalazione.

L’agenzia americana ha stimato in 9 miliardi di dollari all’anno la perdita economica dovuta all’attività di pesca illegale. Per gli ambientalisti l’Italia è sul banco degli imputati per l’uso di reti pelagiche derivanti d’altura, più note come "spadare", vietate dall’Onu, in Italia e in Ue. "Anche se la NOAA non ha specificato i crimini che vengono addebitati all’Italia – scrivono gli ambientalisti – il riferimento alle spadare è reso ancor più verosimile dalla menzione del High Seas Driftnet Fisheries Enforcement Act, la norma che sancisce l’embargo commerciale contro quei Paesi che continuano a usare reti derivanti d’altura. Già nel 1997 l’Italia arrivò a un passo dal far scattare sanzioni commerciali allora stimate in 5.000 miliardi di lire l’anno".

Italia e Francia potrebbero essere inoltre nel mirino delle autorità a causa della pesca illegale al tonno rosso. Solo la settimana scorsa, a Chioggia, è stato scoperto un carico di 5 tonnellate di tonno rosso pescato illegalmente proveniente dalla Sicilia, denunciano le associazioni, con esemplari sotto la taglia minima (30 kg) e spacciati per "tonno pinna gialla".

Per questo Greenpeace, Legambiente, Marevivo, PEW Environmental Group e WWF hanno inoltrato una nota lo scorso 17 novembre al Ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia, chiedendo la riattivazione del "Tavolo per la legalità nella Pesca", un Forum a cui partecipavano tutte le parti sociali, pescatori e ambientalisti insieme per affrontare la piaga dell’illegalità in mare. Richiesta, scrivono, finora rimasta senza risposta.

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