PREVIDENZA. TFR e pensioni: il futuro è iniziato

È di questi giorni la firma dell’accordo Governo-Sindacato per la riforma delle pensioni: superamento dello ‘scalone’ attraverso il sistema delle quote ( i requisiti si calcolano sommando età anagrafica + 35 anni di contribuzione); viene ampliata la categoria dei lavori usuranti (nella quale sono inclusi i lavoratori delle cave, di miniera, quelli esposti ad alte temperature, quelli del vetro cavo, lavoratori notturni, e – novità dell’accordo – lavoratori addetti alla ‘linea-catena’, quella che una volta si chiamava ‘catena di montaggio’). Questi lavoratori potranno scegliere di andare in pensione con tre anni di anticipo rispetto ai requisiti fissati dall’accordo. Nel corso dei precedenti tavoli di giugno,
Governo e Sindacati avevano già concordato lo stanziamento di 1,5 miliardi, di cui 1,3 per la rivalutazione delle pensioni basse e 200 milioni per la totalizzazione dei contributi e il riscatto della laurea per i giovani; 700 milioni per gli ammortizzatori sociali, 300 per misure destinate alla crescita della competitività. Nel corso del 2007 saranno impiegati 900 milioni per l’anticipo delle pensioni basse e 50 milioni per l’avvio dei fondi destinati al credito, per i lavoratori parasubordinati, autonomi e per le donne.

Ma la prima misura realizzata dal Governo a proposito di previdenza era stata la riforma del Tfr (trattamento di fine rapporto), ovvero la "liquidazione": la somma, cioè, che viene corrisposta dal datore di lavoro al lavoratore al termine del rapporto di lavoro dipendente. Il TFR si determina accantonando per ciascun anno di lavoro una quota pari al 6,91 % della retribuzione lorda. La retribuzione utile per il calcolo del TFR comprende tutte le voci retributive corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, salvo diversa previsione dei contratti collettivi. Gli importi accantonati sono rivalutati, al 31 dicembre di ogni anno. Con la riforma, il Governo ha inteso rafforzare la previdenza complementare, chiedendo ai lavoratori di decidere entro il 30 giugno, se continuare ad accantonarlo in azienda o destinarlo ad un fondo di previdenza complementare. Sui temi del lavoro e della previdenza, HC ha sentito Piero Gasperoni, membro del Nucleo di Valutazione della spesa pensionistica del Ministero del Lavoro.

D. Il 30 giugno finalmente è alle nostre spalle. I risultati delle decisioni dei lavoratori sono interpretati in modo contrastante: la percentuale (40% circa, ndr) di quelli che hanno deciso di destinare il tfr alla complementare è vista come troppo scarsa da qualcuno, ‘entusiasmante’ da altri. Come stanno le cose?
R.
Penso che si tratti di un buon risultato, che fa ben sperare per ciò che riguarda il futuro dei lavoratori più giovani, dato che la previdenza complementare dovrebbe rappresentare l’integrazione alla pensione pubblica obbligatoria che consente di raggiungere i livelli di remunerazione prima garantiti dal sistema di calcolo retributivo.

D. Può aver influito sulla decisione il ricordo dei passati scandali finanziari? E c’entrano questi, oggettivamente, con i fondi pensionistici?
R.
Certamente sì, ma direi che sono stati diversi i fattori che hanno influito sulla valutazione dei lavoratori. Per esempio, una sorta di elemento psicologico, legato alla funzione che negli anni il tfr accantonato in azienda ha avuto, anche di ammortizzatore sociale, di garanzia di sicurezza di una certa quantità di risparmio a disposizione nei momenti difficili.

D. Quanto è conveniente, oggettivamente, destinare il proprio tfr alla previdenza complementare?
R.
Stando all’andamento rilevato in questi anni, i fondi negoziali (quelli cosiddetti ‘di categoria’) hanno avuto un rendimento maggiore di quello accantonato in azienda. Peraltro, se si decide di investire nei fondi negoziali, è previsto anche un contributo da parte dell’azienda, con una convenienza ancora maggiore. La rivalutazione annuale del tfr che si accantona si basa essenzialmente su 2 voci principali: una pari all’1,5% fisso, e una variabile pari al 75% dell’indice del costo della vita. Il resto è legato all’andamento del mercato finanziario, che in questi anni è stato piuttosto conveniente.

D. Complessivamente, quanto è sviluppata la previdenza complementare nel nostro Paese?
R.
Siamo tra gli ultimi in Europa, ed è per questo che c’è da augurarsi che con la riforma del tfr possa essere volano di rilancio per il pilastro della complementare.

D. Spieghiamo perché la previdenza complementare è necessaria.
R.
E’ necessaria perché, con la Riforma Dini (la 335/95 ndr) per il calcolo dell’ammontare della pensione si passa – dopo un periodo di transizione non ancora concluso – dal sistema retributivo a quello contributivo. Questo ha consentito di salvare il sistema pensionistico pubblico come pilastro centrale della previdenza, ma rende meno conveniente la pensione, e per raggiungere lo stesso rendimento del retributivo si deve sviluppare un sistema, appunto, ‘complementare’.

D. Perché la norma prevede che la scelta per i fondi sia irreversibile? E quanto può avere un effetto scoraggiante?
R.
La scelta è irreversibile, ma ci sono delle alternative: ad esempio, se cambi lavoro, te lo porti dietro oppure puoi cambiare fondo. Inoltre, chi non ha scelto entro il 30 giugno 2007, può decidere di investire il tfr in un fondo anche successivamente.

D. Oltre al famigerato scalone, la riforma Maroni prevede incentivi in busta paga per restare al lavoro. Quanto ha funzionato questa misura, già in vigore da tempo? E che fine farà?
R.
Quest’anno la fase degli incentivi in busta paga si chiude, e il Governo non intende rinnovarla, perché il monitoraggio della misura ha mostrato che a beneficiarne sono state le fasce di lavoratori a reddito più alto, e che molto probabilmente sarebbero comunque andati in pensione più tardi. Per il sistema si è trattato di un incentivo a perdere. Personalmente penso gli incentivi debbano agire sul miglioramento della futura pensione, più che sull’aumento diretto della disponibilità di reddito.

D. Ma perché nel nostro Paese è necessario riformare ogni due anni il sistema pensionistico? E’ davvero necessario, o non è in parte anche discussione ideologica e specchietto per le allodole, nel senso che si parla di pensioni come se fossero l’unica causa della nt precaria situazione finanziaria, perché altri temi sono troppo complicati da affrontare…
R.
L’Italia ha uno dei migliori sistemi previdenziali al mondo. Ciò che rende periodicamente necessaria la sua revisione è la gestione di questa lunga fase di transizione verso il contributivo. Solo nel 2015 entrerà in vigore il sistema misto, con l’obbligo del contributivo per chi aveva meno di 18 anni di contributi al 1995.

D. Non c’è comunque un rischio – al di là della necessità di un’altra riforma – di tensione sociale dovuta al fatto che comunque si va ad intervenire sempre sui progetti di vita delle persone, soprattutto di quelli che sono in procinto di pensionarsi e devono all’improvviso modificare i loro piani?
R.
Il rischio c’è, ed è reale: la gente ha bisogno di stabilità, più si riesce a dare stabilità, tranquillità e più la gente accetta di restare al lavoro, se non teme che siano rimesse continuamente in discussione le regole di accesso alla pensione.

D. Perché non si può abolire lo scalone, ‘e basta’?
R.
Perché costa troppo, e bisogna trovare un equilibrio tra l’innalzamento dell’età – con la dovuta flessibilità, dato che bisogna considerare che non tutti i lavori sono uguali – coniugandolo con il futuro dei giovani.

D. Enti previdenziali: da subito questo governo ha parlato di ‘accorpamento’, o ‘super Inps’. Perché?
R.
C’è un confronto in corso: il Governo sostiene, secondo me correttamente, la necessità di avviare una razionalizzazione, perché non ha senso tenere in piedi più enti che fanno le stesse cose; essendoci tuttavia condizioni di partenza diverse tra ciascun ente, c’è intanto bisogno di un processo di omogeneizzazione, magari cominciando da sedi periferiche o servizi, per arrivare a regime ad un’efficienza maggiore per i cittadini e a maggiori risparmi.

D. Lei è anche responsabile del Dipartimento Lavoro per i DS. Insieme alla Margherita, di recente avete presentato il Forum del lavoro. Due parole per dire cos’è.
R.
È il luogo unitario, aperto a tutti coloro i quali sono in qualche modo impegnati sui temi del lavoro, attraverso il quale concorriamo alla definizione del sistema di valori del Partito Democratico, sottolineando che esso deve affondare le sue radici nel valore del lavoro in termini di rappresentanza, e occuparsi del lavoro e della sua qualità.

D. Come si può aderire? E soprattutto, come fa ad aderire e partecipare un lavoratore che non sia militante di partito o sindacale?
R.
Al Forum possono aderire tutti. Attualmente vi partecipano lavoratori dipendenti, autonomi, molti esponenti delle cooperative, del mondo agricolo, delle professioni e dell’associazionismo.

D. Il lavoro è un tema centrale, non solo in politica, ma nella nostra vita quotidiana. C’era bisogno di questa iniziativa perché fosse centrale nel PD?
Si, ce n’è bisogno perché nulla può essere dato per scontato. Il PD non può che affondare le sue radici nel lavoro come condizione di reddito, ma anche come possibilità di realizzarsi e affermarsi nel mondo, di costruire il proprio futuro e affermare la propria dignità di persona.

D. Cosa pensa delle iniziative del Ministero del lavoro per contrastare il sommerso e aumentare la sicurezza nei luoghi di lavoro? È d’accordo sul fatto che si debba creare una sensibilità diversa anche tra i lavoratori, i cittadini, magari partendo dalla scuola?
R.
Penso che il ministro Damiano stia facendo un ottimo lavoro contro il sommerso, una delle situazioni in cui avvengono la gran parte degli incidenti sul lavoro, che già sta dando i suoi frutti. La norma dell’obbligo di comunicazione dell’assunzione il giorno prima dell’inizio del contratto ha consentito l’emersione, nell’arco di 10 mesi, di 94.000 edili prima completamente sconosciuti all’Inail. Certamente anche l’informazione, la formazione e la sensibilizzazione dei cittadini e dei lavoratori sono elementi di rilievo. Assumere la sicurezza come tema di insegnamento a scuola, o in spazi tv, è importante perché la questione si affronta come creazione di una ‘cultura della sicurezza’, oltre che con l’applicazione delle norme.

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