PREZZI. Catricalà in audizione al Senato: prezzi più bassi nei mercati liberalizzati

Negli ultimi due anni, in Italia, i prezzi sono aumentati molto meno (+1,4% a fronte di un’inflazione dell’1,1%) nei mercati liberalizzati e in quelli in cui c’è un’efficiente regolazione; nei mercati in monopolio e in quelli dove non c’è un’autorità indipendente efficace i prezzi sono cresciuti del 4,1%. Nel biennio 2009-2010 le dinamiche dei prezzi in Italia sono state sempre peggiori che negli altri Paesi, facendo segnare aumenti più consistenti o riduzioni più contenute.

Lo ha detto Antonio Catricalà, Presidente dell’Antitrust, in audizione oggi al Senato, presso la Commissione straordinaria per la verifica dell’andamento generale dei prezzi al consumo e per il controllo della trasparenza dei mercati. L’analisi di Catricalà è netta: nei mercati dove non c’è concorrenza i prezzi sono aumentati molto di più rispetto al resto d’Europa. Un esempio ne è l’andamento dei prezzi nei mercati dei servizi pubblici locali, di cui l’Antitrust ha già segnalato criticità e rimedi. Analoghe criticità sono presenti nei mercati dei servizi professionali nei quali prevalgono forme di autoregolazione corporativa o comunque eccessivamente restrittiva. Ampi spazi di miglioramento dell’offerta ai consumatori ci sono anche nel credito e nelle assicurazioni, sebbene si tratti di mercati da tempo liberalizzati.

Il Presidente dell’Antitrust si è soffermato sulla forte crescita dei prezzi dei prodotti agroalimentari, che ha coinvolto dalla fine del 2007 tutta l’Europa. In Italia, però, ci sono stati comportamenti anticoncorrenziali: l’Autorità ha infatti sanzionato imprese dei mercati della pasta e del pane. I prezzi alimentari si sono poi stabilizzati nel 2009 e per tutto il 2010. Anzi per alcuni alimenti come l’olio d’oliva, i prodotti lattiero-caseari, vini e spumanti e le carni avicole si sono registrati cali di prezzo tra il 2009 e il 2010. Ortaggi, prodotti zootecnici, carni, frutta e prodotti ittici sono, invece, aumentati.

E parlando di prodotti alimentari Catricalà si è soffermato sulla grande distribuzione organizzata, sulla quale di recente l’Autorità ha avviato un’indagine conoscitiva per analizzarne le dinamiche concorrenziali. Dai dati emerge come i prezzi più bassi si siano registrati all’interno delle grandi superfici di vendita (iper+super), mentre nei liberi servizi o nei piccoli negozi i prezzi sono aumentati. Nonostante nel complesso il ruolo della GDO si sia dimostrato benefico si constata che, a volte la diminuzione dei prezzi alla produzione, non viene trasferita ai prezzi al consumo (come accaduto nel 2009).

Per quanto riguarda i prezzi italiani dei carburanti, l’aumento è inferiore alla media UE, pur rimanendo più elevati in valore assoluto a causa dei problemi, più volte segnalati dall’Autorità, di inefficienza della rete distributiva italiana. Per la benzina, la differenza è di circa 4,5 eurocent/litro rispetto alla media UE-27 e circa 3,5 rispetto alla media UE-euro; per il gasolio la differenza è di circa 3,5 eurocent/litro sulla media UE-27 e circa 3 sulla media UE-euro. Inoltre, si registra una consistente differenziazione dei prezzi e appare superato il modello del prezzo unico nazionale: ciò sia nell’ambito dei distributori di ciascuna società (major e no-logo, cioè le cd. pompe bianche), sia tra le diverse major; sia tra le major e le pompe bianche). I prezzi risultano più bassi nelle aree in cui sono presenti impianti no logo e della grande distribuzione organizzata. In particolare, risulta che per benzina e gasolio, i prezzi più elevati sono quelli praticati nel Sud e nelle Isole. I prezzi minimi sono invece registrati nel Nord-Est e nel Nord-Ovest. I prezzi dei distributori no-logo, com’è noto, sono più bassi di quelli praticati dalle major. La differenza nel corso dell’ultimo trimestre del 2010 è variata per benzina e gasolio tra i quattro e i dieci eurocent/litro a favore delle pompe bianche. Nelle diverse macro-regioni la convenienza relativa delle pompe bianche non è uniforme e varia nel tempo. A grandi linee emerge che il risparmio nei punti vendita no-logo è maggiore nel Centro e minore nel Sud e nelle Isole. La necessità di una riforma della rete di distribuzione e dello sviluppo di operatori non dipendenti dalle compagnie petrolifere è stata più volte sollecitata dall’Autorità.

Passando al mercato dell’energia Catricalà ha sottolineato quanto questo sia ancora segmentato al suo interno. Il differenziale rispetto ai prezzi di altri importanti Paesi UE si è ridotto nel 2010 del 20%. Per le famiglie nel 2009 e nel 2010 i prezzi al consumo dell’energia elettrica sono diminuiti anche in rapporto ai prezzi pagati negli altri Paesi dell’area euro. Perché funzioni la concorrenza, è importante agevolare la mobilità della clientela così come ha fatto l’Autorità nei suoi recenti interventi. Non è più rinviabile una politica energetica di diversificazione delle fonti che consenta di abbattere il divario iniziale nei costi dell’imput maggiormente utilizzato per la generazione.

Passando alle tlc, Catricalà ha detto che sono un settore dove il processo di liberalizzazione è progredito significativamente e ha raggiunto un livello di maturità. Importanti sviluppi tecnologici e una regolazione attenta guidata dalle direttive comunitarie hanno consentito che la concorrenza potesse spiegare i propri benefici effetti. L’incumbent resta ancora forte ed è perciò necessaria un’accorta vigilanza non solo dell’Autorità di regolazione, ma anche dell’Antitrust. A tal proposito sono state recentemente avviate due istruttorie nei confronti di Telecom Italia.

Lo zoccolo duro delle liberalizzazioni è sicuramente il settore dell’RC Auto: a quasi 20 anni dalla liberalizzazione, il mercato è ancora in deficit di concorrenza. Nonostante alcuni miglioramenti (modalità di distribuzione via internet e telefono, indennizzo diretto), permangono carenze di sistema che impediscono il pieno svolgersi dei meccanismi concorrenziali. Ne è un esempio il basso tasso di mobilità dei consumatori: solamente un numero di assicurati inferiore al 10% cambia annualmente la compagnia di riferimento. Nonostante la concorrenza non sia basata solamente sul livello dei premi, entrando in gioco anche variabili diverse quali la qualità dei servizi di liquidazione, l’obbligatorietà dell’acquisto del servizio, se si vuole far circolare un automezzo, e l’incidenza sul bilancio familiare dei premi impongono la ricerca di strumenti per frenare la corsa al rialzo.

Anche per i servizi bancari esistono ampi spazi di riduzione dei costi. La spinta concorrenziale indotta dall’aumento della trasparenza sulle condizioni di conto corrente, a seguito delle iniziative della Banca d’Italia (introduzione dell’Indicatore Sintetico di Costo) e dello stesso mondo bancario (Patti Chiari) dovrebbero progressivamente determinare decrementi delle spese a carico dei correntisti. L’Autorità è intervenuta più volte a valutare la congruità e a "calmierare" le commissioni interbancarie relative a vari servizi, quali pagamenti mediante Pagobancomat, prelievi Bancomat presso filiali di istituti diversi da quello del correntista, Rid, incasso assegni. Purtroppo non si è ancora osservato il trasferimento alla clientela dei benefici derivanti da queste riduzioni; è dunque inaccettabile che esse si siano risolte unicamente in incrementi di profitto per le banche.

Il Presidente dell’Antitrust ha parlato anche dei servizi pubblici locali: dal 2009 le tariffe hanno registrato rialzi più alti dell’inflazione generale. L’apertura al mercato di queste attività, tramite la messa a gara del servizio, non potrà che portare beneficio agli utenti, anche sotto il profilo dell’efficientamento delle gestioni e quindi della possibilità di cali tariffari. È essenziale dunque che la riforma venga attuata nella misura più ampia e rapida possibile, e l’Autorità sta già contribuendo, adottando pareri che accertano in maniera rigorosa la sussistenza dei requisiti per la deroga alle gare e vigilando su eventuali condotte dei gestori storici finalizzate a ostacolare le procedure competitive adottate dalle amministrazioni locali.

In conclusione Catricalà ha parlato del mercato farmaceutico: il successo della riforma introdotta dal pacchetto Bersani del 2006, che ha consentito la vendita dei farmaci non soggetti a prescrizione medica al di fuori del canale farmaceutico, è indubbio. Oltre ad altri vantaggi, quale quello occupazionale per i laureati in farmacia, sono stati ottenuti benefici con riferimento ai prezzi, che potrebbero generare risparmi notevolissimi se solo gli acquisti fuori farmacia si sviluppassero ulteriormente. È per questo che l’Autorità non vede favorevolmente i ricorrenti tentativi di limitare l’attività delle parafarmacie riscontrabili in alcune proposte di modifica normativa, da ultimo in occasione della conversione in legge del d.l. 225/10. Pur riconoscendo la specificità del settore, essa ritiene che un bilanciamento proporzionato tra le esigenze di tutela della salute e di contenimento della spesa possa essere trovato con mezzi diversi dalla limitazione numerica delle farmacie o della limitazione dell’attività dei punti vendita diversi dalle farmacie come i corner nella grande distribuzione e le parafarmcie. Essenziale per la tutela della salute è, infatti, solo la presenza costante di un farmacista laureato che presti assistenza agli acquirenti e sorvegli le vendite.

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