PREZZI. Istat, a settembre inflazione a -0,2%. Consumatori contro aumento di istruzione e alimentari

Inflazione al negativo nel mese di settembre. L’Istat, infatti, stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo si attesta su un -0,2% rispetto al mese di agosto, mentre registra un lieve incremento, dello 0,2%, su base annua. In particolare, rispetto ad agosto 2009 sono diminuiti i prezzi dei trasporti (-1,5%), di ricreazione, spettacoli e cultura (-1,3%), di abitazione, acqua, elettricità e combustibili (-0,1%).

Dall’altro versante, però, l’Istat stima aumenti elevati per l’istruzione (+1,3%), la comunicazione (+0,9%), abbigliamento e calzature (+0,3%).

"Finalmente l’Istat si accorge dei rincari dell’istruzione, confermando i dati dell’Adoc – dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc – secondo le nostre stime, mediamente i prezzi dei testi scolastici sono aumentati dell’11%. La spesa media per il primo anno di liceo è di 335 euro, il 14,3% in più del tetto medio fissato. Per gli istituti tecnici la spesa media sarà superiore del 10,9% al tetto fissato, per quelli professionali del 9,2%".

"Per quanto riguarda le scuole medie – denuncia Pileri – il primo anno costerà in media 310 euro, l’8,3% in più di quanto previsto dal Ministero". L’Adoc quindi chiede "maggiori verifiche e controlli da parte delle istituzioni scolastiche sui tetti di spesa, propone di incrementare l’affitto ed il comodato d’uso dei libri di testo da parte delle scuole e agevolare in tutte le forme possibile lo scambio e la vendita dei libri usati".

E la denuncia dell’Adoc si rivolge anche al prezzo dell’alimentari che, nonostante il calo dei carburanti registrato a settembre, continua a crescere. "E’ paradossale che nel settore alimentari si registri un nuovo aumento dei prezzi – continua Pileri – nonostante il calo dei carburanti e della domanda. La speculazione sui beni alimentari crea un ingente danno economico all’intera collettività, con ripercussioni sui consumi, sulle famiglie, sull’occupazione e sull’industria. E’ necessario e urgente un taglio dei prezzi di almeno il 20%, l’unica ricetta concreta per ridare ossigeno alle famiglie e rilanciare i consumi".

Anche Federconsumatori e Adusbef giudicano "inspiegabili e decisamente fuori da ogni logica di mercato gli aumenti che si continuano a registrare sul versante dei prodotti alimentari, soprattutto alla luce delle forti diminuzioni del costo delle materie prime (ad esempio il grano -29% rispetto al 2008)". "Nonostante ciò, infatti – scrivono le due Associazioni dei consumatori – i prezzi dei prodotti alimentari, specialmente di quelli di largo consumo, continuano aumentare, comportando così un ulteriore aggravio, che si andrà ad aggiungere alle ricadute di oltre 560 Euro che le famiglie si trascinano per i fortissimi aumenti del 2008, e che peserà specialmente sulle famiglie meno abbienti".

"La situazione è diventata insostenibile – dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, Presidenti di Federconsumatori e Adusbef – E’ per questo che da mesi invochiamo un intervento da parte del Governo a sostegno del reddito delle famiglie a reddito fisso, dei precari e dei disoccupati, attraverso una detassazione per le prime e lo stanziamento di concreti sussidi per i secondi."

Oltre a tali manovre, secondo le Associazioni "è necessario che si operi un taglio del 15-20% sui prezzi dei prodotti alimentari".

Critica sugli aumenti dei prezzi degli alimentari è anche Coldiretti che ribadisce un aumento ingiustificato di un valore quattro volte superiore all’inflazione media tendenziale nonostante si sia verificata una drastica riduzione dei prezzi agricoli alla produzione". "Gli alimentari – sottolinea la Coldiretti – sono in controtendenza anche sul piano congiunturale rispetto al mese precedente con un aumento dello 0,1% nonostante la riduzione media dello 0,2%".

"I consumatori italiani – denuncia la Coldiretti – non hanno potuto beneficiare della forte riduzione dei prezzi agricoli che rischia invece di provocare l’abbandono delle campagne con il crollo delle quotazioni alla produzione che nell’ultimo anno sono calate dal 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% per grano e latte fino al 19% per l’uva, secondo le rilevazioni Ismea ad agosto".

"Significativo – secondo la Coldiretti – è il caso del pane che aumenta dello 0,5% su base annua con il prezzo del grano riconosciuto agli agricoltori che è oggi molto piu’ basso di quello di 25 anni fa con le quotazioni che sono scese su un valore di poco superiore ai 14 centesimi al chilo, il 35% in meno rispetto al 1985. Se nel 1985 – spiega la Coldiretti – il prezzo del grano era di 23 centesimi al chilo e quello del pane di 52 centesimi, oggi un chilo di grano è venduto al prezzo di circa 14 centesimi mentre un chilo di pane è acquistato dai cittadini a valori variabili attorno ai 2,65 euro al chilo, con un ricarico del 1793%".

"Gli italiani spendono 205 miliardi all’anno in alimenti e bevande (141 miliardi in famiglia e 64 fuori) che rappresentano ben il 19 per cento della spesa familiare ed è quindi necessario – conclude la Coldiretti – interrompere un trend che impoverisce cittadini e imprese agricole in un difficile momento di crisi economica".

Un commento più pacato arriva da Confesercenti. "Siamo su valori fra i più bassi del dopoguerra e comunque non in area deflazione. La calma piatta sul fronte dei prezzi non è un male anche se appare evidente che l’economia continua a stentare. Di conseguenza – scrive Confesercenti in una nota – i rischi di nuove chiusure di pmi e di altra disoccupazione non sono certo scongiurati. Questo semmai è il momento ideale per misure coraggiose a sostegno dei consumi e per creare condizioni utili alla crescita. Il Governo trovi allora la determinazione giusta per usare la leva fiscale a favore dello sviluppo, mettendo in campo sgravi ed incentivi efficaci per ridare fiato ai redditi e alla attività delle imprese".

 

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