PREZZI. Rincari alimentari, Cia: non è colpa dell’agricoltura italiana

L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari non è causato dai produttori italiani. La Cia (Confederazione italiana agricoltori) risponde alle accuse rivolte all’agricoltura nazionale sui recenti rialzi dei prezzi al consumo di pasta e pane. La Confederazione chiede a tutti i soggetti operativi sulla filiera di aprire un Tavolo di confronto.Secondo i produttori gli aumenti sono legati ad altri fattori, quali filiere agroalimentari troppo lunghe, logistica infrastrutturale, trasporti insufficienti e costosi, incrementi tariffari, crescita delle importazioni delle derrate alimentari e soprattutto speculazioni.

"I prezzi agricoli all’origine in un anno (giugno 2006-giugno 2007) – dichiarano gli agricoltori – sono, infatti, diminuiti in media del 2,4 per cento, con cali record per frutta (meno 15,3 per cento), ortaggi (meno 11,6 per cento), suini (meno 11,8 per cento) e bovini (meno 8,5 per cento). A segnalarlo è la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale rileva che lo stesso incremento (inferiore al 20 per cento) registrato dal grano sia tenero che duro del nostro Paese non può determinare impennate vistose per pane e pasta come preannunciato dagli industriali trasformatori. Va, tuttavia, rilevato che oggi il grano duro in Italia ha una quotazione di 26 euro al quintale, praticamente la stessa cifra del 1985, quando era pari a 50 mila lire (25,8 euro)".

L’aumento dei prezzi dei cereali (in primis il frumento) sul mercato mondiale è, secondo la Cia, conseguenza del calo delle produzioni causato da cattivo andamento climatico. "I prezzi dei prodotti agricoli – denuncia la Confederazione – si "gonfiano", però, in maniera abnorme dal campo alla tavola, specialmente nel settore dell’ortofrutta, dove si registrano aumenti anche di venti volte. In media su un prodotto ortofrutticolo l’incidenza della fase produttiva, cioè il prezzo praticato dal produttore, è tra il 18 e il 20 per cento. Un aspetto che diventa più appariscente nelle regioni del Mezzogiorno, dove per alcuni prodotti tipici, come uva da tavola, arance e limoni, l’agricoltore ricava un quinto del valore finale".

Discorso a parte per l’ortofrutta, dove il sistema di filiera è lungo ed articolato in numerosi passaggi. "Il paradosso è, comunque, – ribadisce la Cia – quello che i nostri agricoltori vedono ridurre il livello dei loro prezzi e crescere quello dei costi produttivi. Basti pensare al settore degli allevamenti dove i mangimi, che si acquistano prevalentemente dall’estero, hanno subito incrementi assai rilevanti. E tutto ciò ha determinato un’ulteriore corrosione dei redditi dei produttori che già lo scorso anno sono scesi del 3,4 per cento". Per risolvere il problema rincari, suggerisce la Cia, occorre aprire un Tavolo di confronto fra Governo e vari soggetti della filiera (organizzazioni agricole, cooperative, industriali, grande distribuzione organizzata, dettaglianti).

Comments are closed.