Poste: i buoni non coprono più tutta l’inflazione, di B. Scienza

Si riporta di seguito l’articolo "Poste: i buoni non coprono più tutta l’inflazione" di Beppe Scienza, pubblicato su Affari&Finanza del quotidiano La Repubblica il 21 giugno 2010. Per le tabelle di accompagnamento all’articolo, si rimanda al sito internet www.beppescienza.it.

Non è una bella notizia per i risparmiatori. Prima bastava andare alle Poste per trovare quello che per un italiano era l’investimento finanziario più sicuro o comunque uno dei più sicuri. Ora non è più così. Da giugno la Cassa Depositi e Prestiti, l’effettivo emittente dei titoli, ha chiuso il rubinetto dei buoni fruttiferi postali indicizzati all’inflazione, nati nel febbraio 2006 e contraddistinti dalle sigle I1, I2 ecc. fino a I52. Oltre al diritto al riscatto in qualunque momento senza oscillazioni di prezzo e alla garanzia dello Stato, tali titoli offrivano l’aggancio costante del capitale al potere d’acquisto.
Da giugno si possono sottoscrivere nuovi buoni, ugualmente decennali, ma non altrettanto difensivi.
In effetti già da qualche mese la qualità era peggiorata. Le serie emesse dall’ottobre 2009 garantivano più solo un misero 0,05% annuo oltre all’inflazione. A cause delle imposte, la copertura della perdita di poter d’acquisto risultava (e risulta) imperfetta, ma ancora significativa.
Prima era andata molto meglio. Per esempio con la serie I40 emessa nel maggio 2009 la maggiorazione sfiorava l’1% l’anno. Così era (ed è) totale la protezione nei confronti dell’inflazione anche se raggiunge il 12% annuo medio. Con la serie I18 addirittura con un’inflazione del 27%. Chi ha tali emissioni e non ama il rischio, fa quindi bene a tenersele strette.

La nuova tipologia. Le nuove serie, contraddistinte di mese in mese dalle sigle J01, J02 ecc., hanno soprattutto un difetto: tre anni d’inflazione sono scoperti. Per giunta la remunerazione per i primi tre anni è fissata a un livello basso, in media lo 0,75% annuo lordo. Alla fine del triennio il capitale finalmente s’aggancia all’inflazione italiana, ma quasi di sicuro sarà inferiore in potere d’acquisto rispetto a quello investito. La cosa non è simpatica.
In ogni caso non è affatto "assicurato il recupero della perdita del potere d’acquisto", come pubblicizzano dalle Poste Italiane.
Ora però è questo ciò che passa il convento e non esistono soluzioni alternative con le stesse caratteristiche: assenza di costi, nessuna oscillazione del prezzo di smobilizzo, taglio piccolo (250 €) e aggancio, seppur parziale, ai prezzi italiani e non europei. Può quindi avere senso sottoscrivere i buoni delle nuove serie (J01, J02 ecc.)?
Chi lo facesse certo non può essere tacciato di autolesionismo. Paga lo scotto di ricevere per tre anni meno che con obbligazioni o anche titolo di stato, ma poi (per esempio nell’estate del 2013) è ben posizionato se l’inflazione dovesse ripartire o fosse già ripartita.

Meglio aspettare? A fronte di tale ragionamento, qualcuno obietterà che, finché l’inflazione è bassa, ci sono tanti titoli che rendono di più. Basta stare all’erta e passare ai cosiddetti titoli reali, cioè indicizzati all’inflazione, solo quando questa rialza la testa. È lo stesso ragionamento di chi dice che la maniera giusta per investire il Borsa è seguire il trend. Quando il trend è in salita si tengono le azioni, quando è in discesa ci si mette allo scoperto. Peccato che parlino così solo gli ingenui e gli imbroglioni. Nella finanza i trend esistono solo sul passato, cioè solo dopo si scopre qual è stato il trend sino a un certo momento.
Chi davvero vuole essere protetto da una nuova fiammata inflattiva deve agire d’anticipo. Deve cioè mettere i suoi risparmi in titoli indicizzati al carovita, quando la situazione è ancora tranquilla. Dopo è facile che siano molto più cari, né c’è da stupirsi qualora titoli simili non venissero più emessi.

Altre soluzioni. Premesso che un ritorno dell’inflazione, che sarebbe una panacea per il debito pubblico di tanti stati, non è affatto scontato, esistono varie soluzioni per agganciarsi subito all’andamento del costo della vita. Non va però bene nessun fondo comune o gestione, perché nessuno garantisce una rivalutazione e/o rendimenti in funzione dell’inflazione, indipendentemente da come si presenta. Né tale garanzia è offerta da fondi pensione, polizze vita ecc. se non per periodi molto brevi.
Per assicurarsi un aggancio immediato all’inflazione bisogna mettere i propri soldi direttamente in titoli reali. Non vanno altrettanto bene i Cct o quelli indicizzati all’euribor ecc. È infatti possibile che i tassi d’interessi non stiano dietro all’inflazione. Cioè che si abbiano quelli che si chiamano tassi reali negativi, che l’Italia (e altri stati) hanno sperimentato più volte nel secolo scorso.
Esistono vari tipi di titoli reali. Per cominciare le emissioni del Tesoro italiano, cioè i Btp-i, con varie durate. Volendo ce ne sono anche tedesche o greche, con rendimenti e percezione del rischio antitetici. Con questi titoli il capitale si rivaluta in parallelo all’inflazione europea. Vi sono poi obbligazioni che corrispondono di volta in volta l’inflazione registrata con una cedola d’interessi, mentre il capitale non cresce.
Ci sarebbero poi due titoli molto validi, perché lunghi, legati ai prezzi italiani ed emessi o dallo Stato (Repubblica Italiana 2,25% 31-7-2019) o da una società solida (Terna 2,731% 15-9-2023). Ma per comprarli ci vuole un certo impegno.

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