Pratiche commerciali scorrette, HC intervista Dona

Ad agosto dello scorso anno il Governo in attuazione della direttiva comunitaria 2005/29 ha adottato due provvedimenti: i decreti legislativi nn. 145 e 146 che rafforzano in Italia la protezione dei consumatori contro pratiche commerciali scorrette e aggressive, operatori disonesti, pubblicità ingannevole. A questo argomento Massimiliano Dona, segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori, ha dedicato un libro, M. Dona Pubblicità, pratiche commerciali e contratti nel Codice del Consumo, UTET giuridica. Help Consumatori lo ha intervistato per fare il punto sulla nuova disciplina.

Avvocato Dona, perché un libro dedicato alle pratiche commerciali scorrette?
Intanto perché quella che introduce la disciplina sulle pratiche commerciali scorrette è la prima importante modifica del Codice del Consumo a due anni dalla sua approvazione intervenuta ad agosto del 2007, in concomitanza con il secondo compleanno del Codice che fu adottato nel settembre del 2005. E poi perché l’impatto di questa nuova normativa non è di immediata comprensione per i consumatori, ma anche per gli operatori giuridici, derivando da una direttiva comunitaria del 2005 (n. 29) di nuovo approccio rispetto al passato, una direttiva trasversale che dovrebbe impattare sui diritti dei consumatori in modo assai complesso.

Cosa si intende per pratiche commerciali scorrette?
Per pratiche commerciali scorrette si intendono tutti quei comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori che possono essere adottati da un’impresa non solo nella comunicazione pubblicitaria, ma anche nel modo di porsi nei confronti del consumatori: si pensi a tutte quelle tecniche di marketing aggressivo che inducono il cittadino acquirente a scelte di consumo che, se regolarmente informato, non avrebbe adottato.

Come può comportarsi un consumatore qualora si trovi ad interagire con un’azienda che mette in atto una pratica commerciale scorretta?
Questa disciplina si installa nel solco già tracciato della disciplina sulla pubblicità ingannevole quindi come accadeva in passato la competenza ad accertare casi di violazione della normativa è dell’Autorità Antitrust a cui è riconosciuto il potere di verificare le segnalazioni, di accertare la sussistenza di una pratica commerciale scorretta e di sanzionare l’impresa che si macchia di questo comportamento. La buona notizia è che le sanzioni diventano sanzioni molto incisive in quanto si può arrivare fino ad un massimo di 500mila euro, una cifra che dovrebbe dissuadere le imprese scorrette dal reiterare certi comportamenti. Altra novità è l’introduzione del regime degli "impegni" che può essere giudicato tra luci ed ombre: se da un lato questa sorta di patteggiamento dovrebbe assicurare rapidità di tutela per i consumatori, dall’altro può creare qualche perplessità sotto altri versanti. Innanzitutto temo un ricorso indiscriminato agli impegni che – ricordiamo – impediscono all’Autorità di sanzionare il comportamento scorretto. Senza dimenticare che, considerato che sulle pratiche commerciali scorrette si potranno attivare le azioni collettive, c’è il rischio che il meccanismo si inceppi a tutto danno dei consumatori.

Disciplina sulle pratiche commerciali scorrette e class action: in che modo sono correlate?
La violazione delle norme in materia di pratiche commerciali scorrette potrà dar luogo a lesioni impugnabili in sede di tutela collettiva se avranno causato danni seriali. Riguardo al meccanismo che introduce nel nostro ordinamento l’azione collettiva, come ho già dichiarato, non possiamo essere soddisfatti appieno, tuttavia il rischio di una modifica – come si paventa in questi giorni – mi preoccupa ancora di più. In ogni caso l’Unione Nazionale Consumatori è pronta ad attivare i primi processi dal 1° luglio ovvero, qualora si tornasse a studiare un emendamento, siamo pronti ad individuare alcuni interventi puntuali per migliorarla. Resto dell’idea che lo snodo cruciale (ed anche l’aspetto che rischia di non farla funzionare) è quello degli incentivi all’azione delle associazioni dei consumatori: le organizzazioni di cittadini non dispongono, attualmente, di sufficienti mezzi e risorse per attivare le azioni collettive e questo probabilmente potrebbe lasciare le iniziative "senza benzina" e quindi vanificare – almeno quantitativamente – il ricorso a questo strumento.

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