“Quanto costa fare investimenti in Svizzera” di B. Scienza

La Svizzera sta tornando di moda? Un aumento delle tasse su obbligazioni e titoli di stato può provocare una fuga di capitali dall’Italia? Sicuramente no: chi trasferisce capitali all’estero lo fa per tutt’altri motivi. Tanto per cominciare, la ritenuta sugli interessi su un conto cifrato di un italiano a Chiasso, Lugano, Losanna ecc. è più alta che in patria. Dal luglio 2005 è del 15 per cento, salirà al 20 per cento a metà 2008 e arriverà al 35 per cento a metà 2011. Ciò vale anche per Montecarlo, oltre ai maggiori rischi di essere scoperti.

In secondo luogo, varcato il confine di Stato i costi d’investimento lievitano in misura tale da fagocitare ogni possibile vantaggio fiscale. Un italiano ci rimetterebbe anche se venisse raddoppiata l’attuale aliquota (12,5 per cento) sui titoli di stato o su quelli a mediolungo termine.
Nel secolo scorso vi furono più volte flussi clandestini di capitali verso l’estero e in particolare la Svizzera: negli anni ’30 per le leggi razziali, negli anni ’60 per paura dell’avvento del comunismo e dal 1974 per alcuni anni per i timori di un crac del sistema finanziario italiano. Non vi fu invece nessuna fuga di capitali nel 1986 con la tassazione dei titoli pubblici, né nel 1998 con l’imposta sui capital gain. Ciò conferma che non è la fiscalità sugli investimenti che ha spinto o spingerà capitali oltre confine.

Da oltre vent’anni a questa parte i soldi espatriano di nascosto sostanzialmente se di provenienza criminale (droga, corruzione…) o evasiva, cioè se si tratta di guadagni in nero. Più di rado per aggirare le norme sulle eredità o per timore di sequestri giudiziari. Peraltro è ovvio che esulano del tutto dal discorso i trasferimenti alla luce del sole, che logicamente vengono inseriti nella dichiarazioni dei redditi (quadro RW) e tassati esattamente quanto in Italia.

Costi iperbolici. Chi mai aprirebbe un conto cifrato in Svizzera, se non per occultare agli inquirenti o al fisco le somme che vi versa? Per quali altri motivi accetterebbe commissioni spaventose? La tabella riporta alcuni confronti e anche una stima degli oneri complessivi, imposte e commissioni, per un conto obbligazionario tutto sommato poco movimentato.Considerando i prezzi per esempio del Credito Svizzero e dell’Unione di Banche Svizzere (UBS), le compravendite di titoli e il cambio di valuta costano da due a sei volte tanto che in Italia. A ciò si aggiungono altri balzelli del tutto pretestuosi, quale uno sconcertante 2 per cento sulle cedole incassate. Il colmo sono le spese cosiddette di custodia e amministrazione. Per il solo fatto di esistere un conto titoli di due milioni di euro viene alleggerito in Svizzera anche di 6 mila euro l’anno (0,30 per cento). In Italia l’addebito massimo è nell’ordine dei 200 euro. Né lo svantaggio percentuale si riduce per un conto piccolo, massacrato da minimi annui, commissioni per la cifra, per il fermo posta ecc.Ci sarebbe l’assenza dell’imposta sui guadagni di borsa (capital gain), regolarmente vanificata dalle massacranti spese di intermediazione. Passare dalle azioni Ford alle Fiat può costare il 4,5 per cento. Non parliamo poi di quanto ci rimette chi s’affida alle gestione delle banche svizzere, ancora più brave delle italiane a guadagnare a danno dei clienti.

"Fondizzare" il cliente. Un’alternativa all’acquisto diretto di obbligazioni o azioni è infatti il risparmio gestito. Peccato che i fondi elvetici siano gestiti anche peggio di quelli italiani, il che è tutto dire. Per altro sono fortissime le pressioni delle direzioni delle banche sui propri funzionari, perché questi "fondizzino" i clienti. Espressione peculiare del gergo bancario ticinese, che significa "fargli mettere tutto in fondi". Inoltre una banca svizzera sa benissimo che in pratica non rischia cause, per quante ne combini, perché il cliente teme di uscire allo scoperto. Nessuna associazione di consumatori verrà poi a sindacare cosa capita a conti di cittadini esteri.

La soluzione panamense. Ai titolari dei conti cifrati viene però prospettata una soluzione che permetterebbe di eludere le imposte sugli interessi. Il conto viene trasferito a una società costituita all’uopo, domiciliata per esempio a Panama e intestata a un uomo di paglia. Così il problema sarebbe risolto. Contrariamente però a quanto raccontano molti funzionari di banche svizzere ai loro clienti, si tratta di un marchingegno pericoloso, che richiede una buona dose di coraggio o di incompetenza. Il rischio è infatti che il problema delle ritenute fiscali si risolva da solo… nel senso che lo spregiudicato prestanome centroamericano sparisce con tutti soldi, ufficialmente suoi. Morale: meglio pagare un po’ di tasse.

Per approfondimenti consulta la scheda con i dettagli sulle commissioni per i conti cifrati.

 

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