RICERCA. Giustizia in Europa: il Cnr accorcia i tempi

La Commissione per l’efficienza della giustizia (Cepej) del Consiglio d’Europa ha approvato le linee guida per ridurre i tempi degli iter giudiziari raccolte nel Compendium ‘Best practices on time management in judicial proceedings’, redatto dall’Istituto di Ricerca sui Sistemi Giudiziari (Irsig) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna. "Anche se in misura molto diversa", commenta Marco Fabri dell’Irsig-Cnr "l’eccessiva lunghezza dei tempi della giustizia è una questione aperta in diversi Stati europei tra cui, come ben noto, l’Italia. Le stesse ricerche condotte dalla Cepej mostrano anzi come il nostro Paese sia il fanalino di coda. Per i casi relativi ai licenziamenti, ad esempio, da noi la durata media di un procedimento è di quasi 700 giorni, contro i 19 in Olanda o i 30 in Spagna".

L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, preso atto della situazione, ha approvato una risoluzione che invita il nostro governo, ma non solo, a provvedere anche attraverso proposte e interventi indirizzati a policy makers e addetti ai lavori. "Il Compendium nasce proprio nell’ambito di queste attività con l’obiettivo di definire ogni procedimento entro limiti prevedibili e ottimali", spiega Fabri. "Fondamentale, per la stesura del rapporto, è stato il lavoro del ‘network di corti pilota’ istituito da Cepej, che ha individuato, nei vari paesi, uffici, pratiche e metodi di lavoro più efficaci. La nostra idea era analizzare le situazioni di successo, più che inefficienze e ritardi".

"Siccome la durata dei procedimenti dipende dalle interazioni tra giudici, personale amministrativo, avvocati, testimoni", aggiunge Francesco Contini dell’Irsig, "è importante che tutti i diversi soggetti siano coinvolti in un obiettivo comune e che la responsabilità per i risultati sia condivisa. La nostra attenzione, quindi, si è concentrata prima di tutto sui timeframe, che possiamo considerare come ‘tabelle di marcia’ dei procedimenti giudiziari, e quindi sugli strumenti e sulle pratiche più efficaci per gestire i tempi della giustizia".

In Norvegia, ad esempio, Ministero della giustizia e Parlamento hanno stabilito che le cause civili debbano essere definite in sei mesi, e le penali in tre: obiettivi che vanno adattati alle specificità del singolo ufficio o giudice, ai diversi procedimenti e alla complessità dei casi. A Manchester, l’85% delle cause deve essere definito in 15 settimane se assegnato alla cosiddetta ‘procedura rapida’, in 30 settimane se gestite con la procedura più complessa. D’altronde, una volta stabiliti gli obiettivi generali, è possibile adattarli al singolo caso, come avviene ad esempio in Finlandia, dove le parti sono informate della ‘tabella di marcia’ del caso, compresa la data della decisione del giudice.

"I timeframe facilitano la misurazione dei tempi, come in Danimarca dove il 63% dei procedimenti penali deve essere definito in due mesi e il 95% in sei mesi. Troppo spesso, invece, si affronta la questione in modo generico, stabilendo obiettivi vaghi come la riduzione dei ritardi o delle pendenze", afferma Contini. Il timeframe deve essere sostenuto da politiche e pratiche adeguate, quali un sistema informativo preciso e dettagliato e soprattutto la possibilità di agire sia sul singolo procedimento, sia a livello generale. In Slovenia, l’obiettivo è definire tutti i casi in 18 mesi. Se ciò non accade, il presidente del tribunale chiederà spiegazioni al giudice sui ritardi. La ricerca ha identificato una ventina di pratiche di successo che hanno permesso una gestione più efficace dei procedimenti.

"Che la Cepej abbia approvato il nostro Compendium", conclude Fabri, "è un riconoscimento del lavoro svolto in questi anni dal nostro Istituto: molte delle nostre proposte potrebbero contribuire a risolvere il problema dei tempi della giustizia in Italia".

 

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