RISPARMIO. Parmalat: 40mila nuove richieste di danni, udienza rinviata al 7 marzo

In apertura del processo bis contro la Parmalat in corso presso il Tribunale di Milano, circa 40 mila risparmiatori hanno chiesto di costituirsi parte civile oggi nella prima udienza del processo in cui nove persone e quattro banche sono imputate per il crack del colosso alimentare con l’accusa di aggiotaggio. Nel corso dell’udienza davanti ai giudici della seconda sezione penale di Milano, presieduta da Gabriella Manfrin, oltre ai risparmiatori hanno chiesto di costituirsi parte civile anche Consob, Adusbef e Camera di commercio di Milano.

Per le quattro banche, Citigroup, Ubs, Deutsche Bank e Morgan Stanley l’accusa di aggiotaggio è in relazione alla violazione della legge 231 per la responsabilità amministrativa delle aziende. Gli istituti di credito hanno espresso la loro estraneità ai fatti e quella dei loro dirigenti. Lo scorso giugno, quando gli istituti di credito vennero mandati a giudizio, il procuratore aggiunto Francesco Greco, che con i pm Eugenio Fusco e Carlo Nocerino aveva condotto le indagini, aveva sottolineato che per la prima volta in Italia "si tiene un processo alle banche accusate di aver manipolato il mercato".

Tra le banche coinvolte nel crac c’era anche Nextra, la Sgr di Banca Intesa che però a maggio dell’anno scorso ha patteggiato la pena, uscendo così dal processo con una sanzione pecuniaria di 500 mila euro e la confisca di un milione di euro, cifra corrispondente al profitto del reato. Il processo che si è aperto oggi è stato aggiornato al 7 marzo prossimo e il rinvio è stato motivato dai giudici con la necessità di concedere un termine alle difese per poter valutare meglio le proprie argomentazioni in merito alle questioni preliminari sollevate in data odierna.

Nella prossima udienza, si svolgerà la discussione, tra l’altro, sulle richieste di costituzioni di parti civili e, in particolare, sulla possibilità di costituirsi parte civile anche contro le società, e non solo contro le persone fisiche, per la violazione della Legge 231 del 2001. Quest’ultima, secondo la Procura, non sarebbe stata rispettata dalle quattro banche a giudizio, le quali non avrebbero predisposto i modelli organizzativi per prevenire reati dei propri dipendenti.

 

 

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