SALUTE. Benessere in tazzina, Inran promuove il consumo (moderato) di caffè

L’Inran, l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, ha presentato questa mattina la monografia "Caffè e Salute" che affronta il ruolo del caffè nella salute con l’obiettivo di fare chiarezza sulle informazioni che creano dubbi e confusioni nella mente del consumatore. "Il caffè, negli anni, è stato assoggettato a numerosi studi scientifici – spiega il Presidente dell’Inran, Ferdinando Romano – dai risultati positivi o, a volte ancora da approfondire, ma con essi ha subito anche molti errori di decodificazione da parte dei media. Così che i consumatori si sono trovati a non comprendere se un rito così tanto radicato potesse essere davvero così pericoloso".

La monografia redatta dall’Inran ha proprio lo scopo di mettere a tacere i dubbi e la conclusione cui giunge è che, anche in questo caso, il segreto è nella moderazione. Ma il lavoro dell’Istituto cerca di quantificare anche "la via di mezzo" ed è così che scopriamo che 3-5 tazzine al giorno non fanno male anzi possono avere effetti di prevenzione di talune malattie, come quelle cardiovascolari. Il caffè, infatti, non è sinonimo di caffeina ma contiene anche centinaia di altre molecole biologicamente attive tra cui i composti fenolici, ovvero composti antiossidanti che aiutano a proteggere il nostro cuore. Una serie di studi pubblicati recentemente, basati sui livelli di consumo e sul contenuto di antiossidanti dei diversi elementi, hanno dimostrato che, su base teorica, il caffè rappresenta la principale fonte di antiossidanti della dieta. In studi condotti in Spagna, Norvegia, Germania e Spagna è stato stimato che il caffè da solo contribuisce al 45% – 60% della capacità antiossidante della dieta di questi Paesi.

La monografia prende anche in esame alcuni degli stati fisiologici propri della donna in relazione al consumo di caffè. In particolare i ricercatori Inran che hanno curato il lavoro concordano sull’opportunità di controllare il consumo di alimenti nervini (caffè, the, cioccolata, bevande contenenti caffeina) nella fase gravidica e in quella di allattamento. Infatti gli alcaloidi (composti organici azotati) in essi contenuti sono escreti con il latte materno in quantità non trascurabile e quindi il lattante è sottoposto, di fatto, ad un certo dosaggio di caffeina che ha su di esso gli stessi effetti farmacologici che ha sull’adulto, con un aumento della sua irritabilità e insonnia.

Infine, la monografia affronta la relazione tra caffè e apparato gastroenterico raccomandando, anche in questo caso, non già la proibizione quanto la moderazione. Il caffè – si legge – caffeinato o decaffeinato, ai livelli di consumo moderati non risulta esporre ad alcun rischio l’apparato gastroenterico nell’uomo anzi, in sostanza, appare che esso eserciti una serie di funzioni coadiuvanti i processi digestivi e addirittura risultano di protezione nei confronti di numerose patologie, anche gravi, come la cirrosi epatica e alcune forme di cancro. I risultati di uno studio italiano, infatti, indicano che il rischio Relativo diminuisce alla’aumentare del consumo di caffè, indipendentemente dalla quantità di caffeina: infatti altre bevande contenenti caffeina non danno gli stessi risultati. Quindi si evince che è il caffè, con le sue molteplici molecole, che agisce e che il fenomeno è dose-dipendente.

 

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