SALUTE. Farmaci, consumi su. Per colpa della crisi?

Ci vogliamo tutti più bene, ci curiamo di più, quindi consumiamo più farmaci. Oppure: la crisi economica rende tutti più stressati e di conseguenza si consumano più farmaci. Semplicemente: si sta male, si prendono medicinali. Ancora, più maliziosamente: i farmaci rappresentano un mercato, e se si identificano nuove patologie, si aprono vasti spazi alla vendita di nuovi medicamenti. Di fronte a dati che segnalano un aumento nel consumo dei farmaci, che si vendono sempre bene nonostante (o per colpa?) della crisi economica, qualche dubbio è lecito. L’ultimo, in ordine di tempo, è suscitato dal recente sondaggio Ipsos sugli italiani e il risparmio: gli italiani hanno ridotto tutti i consumi ma l’unico settore che fa eccezione sono i medicinali e i farmaceutici. Il loro consumo è aumentato sia fra chi è riuscito a mantenere il proprio tenore di vita, sia fra chi l’ha visto peggiorare. Lo scorso giugno, dal Censis era arrivata la considerazione che il consumo di antidepressivi fra gli italiani ha avuto un vero boom nell’arco di dieci anni. A settembre, la Società italiana di psicoterapia ha fatto sapere che in un anno la domanda di psicoterapia nei servizi pubblici è aumentata del 10% per problemi economici e familiari legati al disagio economico. Cosa sta succedendo? Abbiamo chiesto un’analisi a Rossella Miracapillo, responsabile dell’Osservatorio Farmaci & Salute del Movimento Consumatori.

L’indagine Ipsos dice che consumi sono tutti in diminuzione e che l’unica eccezione sono medicinali e farmaceutici, il cui consumo è in aumento rispetto a due o tre anni fa. La spiegazione, dice Ipsos, potrebbe essere nel progressivo invecchiamento della popolazione e in una crescente attenzione alla cura di se stessi. Dal punto di vista dei consumatori, come si spiega questo aumento nel consumo dei farmaci, che sembra indipendente dal reddito a disposizione?

Il dato di partenza è indubbiamente l’aumento dell’età media degli italiani. Se consideriamo che l’80% dei farmaci viene consumato dagli ultrasessantenni, diventa facile spiegare questo dato. Man mano che aumentano l’età media e le aspettative di vita, aumenta in maniera collaterale il consumo di farmaci. È anche vero che c’è una maggiore attenzione alla salute. E che c’è una forma di medicina ‘difensiva’, per cui il medico tende a prescrivere un farmaco piuttosto che a negarlo, per evitare che ci siano implicazioni medico-legali successive. Infine, altro elemento di valutazione è dato dalla multiprescrizione. Fino a quattro o cinque anni fa, per una patologia come ad esempio l’ipertensione, la persona veniva curata con un solo farmaco. Con i protocolli moderni – concedetemi, maliziosamente, per far comodo alle industria farmaceutiche, anche se ci saranno motivazioni di tipo curativo – per l’ipertensione oggi si usano almeno due o più farmaci contemporaneamente. Se prima una scatola bastava per curare l’ipertensione per 28 giorni, oggi la stessa persona usa due o tre confezioni di farmaci differenti.

La multiprescrizione è conquista della medicina o ci si gioca un po’ su? Perché tre farmaci per la stessa malattia?

A supporto di queste tesi sono stati portati numerosi studi scientifici. Io non sono un medico, quindi non mi sento in grado di criticare questa scelta. Ma dal punto di vista consumerista, un po’ di malizia l’avrei, nella valutazione di questa nuova tendenza.

Lo scorso giugno il Censis ha detto che gli italiani sono sempre più soggetti a forme di depressione e che in dieci anni – dal 2001 al 2009 – c’è stato un boom di farmaci antidepressivi, con consumi aumentati del 114%. E c’è anche la crisi economica, che crea stress e disagio. In breve: la crisi ci fa consumare più farmaci?

Probabilmente sì. E non solo la crisi ma anche i mutati stili di vita. Ormai viviamo in maniera talmente accelerata che abbiamo bisogno di dare sempre il massimo delle prestazioni, fisiche e mentali, in ogni circostanza. C’è anche un approccio consumeristico al concetto di salute. Se non si reggono determinati ritmi, se non si riesce a sopportare le frustrazioni del mondo lavorativo e familiare, si ricorre consumisticamente a un prodotto sintetico che costituisca un’ancora di salvezza in una situazione di stress. Siamo diventati sicuramente più fragili dal punto di vista della sopportazione del dolore, delle privazioni e delle mancanze. Dall’altro lato, c’è la "mano santa" dell’industria farmaceutica, che offre tutti i rimedi per tutti i problemi del mondo.

E ogni tanto nascono nuove patologie, dal banale stress da rientro dalle ferie ai momenti di tristezza cronica che pure si attraversano nella vita. Ora sono diventate tutte malattie da curare. Secondo lei, esiste un meccanismo del genere?

Fra gli addetti ai lavori gira una famosissima battuta di un capitano d’industria: "Il mio sogno sarebbe quello di curare tutti i sani". Gli ammalati sono di meno rispetto ai sani. Le patologie più importanti sono state scoperte. La ricerca in sé ha pochi spazi. La cosa più geniale è quella di inventare patologie nuove per far sentire ammalati anche i sani. E allora abbiamo lo stress da ritorno dalle vacanze e dalle crociere o lo stress dall’eccessivo guadagno, o dal poco guadagno. Aumenta la richiesta e aumenta l’offerta.

di Sabrina Bergamini

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