SALUTE. Federalismo, Cittadinanzattiva: ogni Regione ha la sua sanità

I cittadini aspettano, perché le liste di attesa sono sempre infinite e le regioni tardano a mettersi in regola. Se ci si ammala, ci si deve scontrare con differenti organizzazioni della salute a seconda della regione in cui si risiede. Se si aspetta un figlio, bisogna considerare che l’incidenza dei parti cesarei segue una logica anche regionale: in alcune aree del paese è nettamente più elevata. In sintesi: Regione che vai, sanità che trovi. Il tutto è frutto di un federalismo in sanità che restituisce un paese a tante facce molto frammentato. E produce una diversa tutela dei diritti, tanto da poter dire che i malati non sono tutti uguali.

È quanto evidenzia il Rapporto 2011 dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, nato quest’anno su spinta del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva. Spiega Francesca Moccia, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato: "Il federalismo è troppo spesso utilizzato come un alibi: le differenze strutturali esistenti tra le regioni sono state di fatto legittimate, giustificandole come inevitabili. Questa è una visione che noi, come cittadini, non possiamo accettare. Non è infatti giustificabile che in alcuni territori sia data per scontata la violazione sistematica di alcuni diritti fondamentali come l’equità e l’universalità, garantiti invece dalla nostra Costituzione, e in netta controtendenza rispetto alle politiche europee e alla recente Direttiva sui diritti dei pazienti. Di fatto, ogni regione si organizza come vuole e come può".

La frammentazione del sistema sanitario è evidente in aree quali le liste di attesa, la rete oncologica, il percorso nascita. Se si guarda alle lista d’attesa, spiega il Tribunale per i diritti del malato, si evidenzia che "i cittadini aspettano, come pure la legge. Un fronte in cui le nostre regioni tardano a mettersi in regola con quanto prevedono le normative nazionali è quello della lotta alle liste di attesa".

Così accade che sette regioni siano ancora inadempienti sull’istituzione dei Cup regionali (Abruzzo, Campania, Calabria, Liguria, Piemonte, Sicilia e Veneto). Undici regioni su 21 hanno attivato, nella maggior parte delle aziende (superiore al 90%), un servizio di prenotazione delle prestazioni che distingue il canale pubblico-istituzionale da quello intramurario, attraverso numeri e/o orari differenti. Si tratta di Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto e P.A. Trento. In Abruzzo, Liguria, Piemonte e Sardegna, la percentuale delle aziende che hanno attivato questo tipo di servizio è tra il 50 e il 90%. Calabria, Campania, Lazio e Valle d’Aosta rispondono con una percentuale di aziende inferiore al 50%. I Piani regionali di contenimento dei tempi di attesa sono ancora in standby in numerose regioni, e a oggi Calabria, Lazio, Basilicata, Piemonte e Sicilia sono inadempienti, nonostante le ultime tre ne avessero anche annunciato la pubblicazione

L’articolazione della rete oncologica evidenzia che "non tutti i cittadini hanno uguali diritti" perché "prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni".

Se si guarda alla prevenzione, ad esempio, Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna riescono a coinvolgere nei programmi di screening contro il cancro alla cervice uterina, mammella e colon retto una fetta di popolazione residente inferiore rispetto allo standard definito dal Ministero della Salute; Lombardia, Molise e Basilicata registrano performance in linea con lo standard; si distinguono invece in positivo, Toscana, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria. Le cure palliative – disponibilità di posti letto – vedono un’applicazione frammentata, mentre il monitoraggio del dolore in cartella clinica è applicato a macchia di leopardo: in alcune regioni non c’è, in altre sì.

Prosegue il Rapporto: "Anche l’accesso ai farmaci è diversificato di regione in regione: innanzitutto alcune regioni, prevalentemente Molise, Basilicata e Valle D’Aosta, non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari regionali, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; altre regioni, in primo luogo Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna, pongono delle limitazioni all’uso di alcuni farmaci rispetto a quanto indicato dall’Aifa; in altre realtà, prevalentemente Puglia ed Emilia Romagna, alcuni farmaci sono erogati solo su richiesta motivata personalizzata. Insomma, di fatto, non tutti i cittadini hanno nel nostro Paese eguale accesso ai farmaci per la cura del tumore".

Altrettanto diversificato il percorso nascita. "Le segnalazioni raccolte da Cittadinanzattiva – denuncia l’associazione – evidenziano in tutte le regioni un aumento delle difficoltà di accesso a visite specialistiche e esami diagnostici connessi al percorso nascita, ma anche la persistenza di sospetti errori nella pratica medica, difficoltà di relazione, mancanza di informazione e di un serio approccio al consenso informato".

La percentuale di parti cesarei effettuati è uno dei segni più evidenti delle differenze. Liguria, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia e Sardegna hanno una percentuale di cesarei superiore al 35% e che non accennano a diminuire nel corso degli anni. Lazio, Puglia e Calabria, pur presentando percentuali molto elevate, hanno un trend in diminuzione. Le regioni più virtuose sono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana.

"Anche la dimensione dei punti nascita è un indicatore di sicurezza che registra notevoli variazioni tra regione e regione", spiega l’associazione: in tutta Italia i Punti nascita sono 559, di cui 158 con meno di 500 parti l’anno. Le regioni con più punti nascita sono Sicilia (75, di cui 38 con meno di 500 parti l’anno) e Lombardia (75, di cui 8 con meno di 500 parti annuali), segue la Campania (72, di cui 22 con meno di 500 parti l’anno) e il Lazio (46, di cui 10 con meno di 500 parti l’anno). Le regioni in effetto stanno razionalizzando e riducendo i punti nascita che effettuano meno di mille parti, ma accade anche (in Calabria, Lazio, Piemonte, Sardegna) che diversi punti nascita siano stati chiusi tra le proteste della popolazione, che non viene informata e coinvolta nelle scelte.

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