SALUTE. Influenza A, niente paura: parlano i pediatri controcorrente, di M. Rossetti

Pubblichiamo integralmente un’intervista al direttore dell’Uppa, Vincenzo Calia, curata da Michela Rossetti per Ilsalvagente.it circa l’opportunità di rinviare l’inzio dell’anno scolastico per scongiurare il contagio dell’influenza A. Rimandare la riapertura delle scuole. Anzi no, provvedere in modo mirato alla chiusura degli istituti.

Che l’Associazione nazionale dei medici pediatrici abbia fatto marcia indietro, o si sia trattato di un fraintendimento con i giornalisti, non lo sapremo mai. Quello che è certo è che la paura dell’influenza A si è "diffusa" di nuovo. E se il ministro Gelmini (e non solo lei, visto il comunicato di ieri del vertice di Palazzo Chigi a cui non è stata neppure invitata) proprio non ne vuole sapere, di tenere i cancelli chiusi a settembre, apre alla possibile chiusura degli istituti Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare: "Valuteremo, se dovesse essere necessario". Seguita dalla presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso: "Chiuderemo solo le scuole se e dove si verifichino situazioni di particolare gravità".

Una serie di "sì, forse", "no, ma" che disorientano. E che vengono condannati, senza mezzi termini, dal dottor Vincenzo Calia, direttore ddi Uppa, il bimestrale "Un pediatra per amico" diffuso dai pediatri italiani. "Le dichiarazioni di ‘uno’ dei sindacati dei pediatri che si sono lette su molti giornali di oggi sono francamente irresponsabili. Ma si immagina cosa succederebbe se le scuole posticipassero la riapertura? Il costo sociale dell’operazione? Senza contare l’allarmismo creato. Non so contare le telefonate che hanno ricevuto oggi i pediatri da parte di genitori preoccupati…"

Però il dottor Mele, presidente del sindacato in questione, ci ha detto che l’Associazione nazionale pediatri italiani non intendeva sostenere il rinvio delle scuole, quanto prendere in considerazione la chiusura mirata degli istituti. D’altronde in Francia il ministero della Sanità prevede la chiusura delle scuole dopo 3 casi di contagi. Che ne pensa?
Nulla di buono. Mettiamo si faccia come in Francia, e prendiamo la scuola di mio figlio, frequentata da circa 1.500 bambini. Diciamo che a novembre hanno la febbre un centinaio, cosa probabile, e che io faccia a tutti il test per il virus H1N1. Mando il campione a un centro epidemiologico e dopo 2 o 3 giorni mi arrivano i risultati: in 3 hanno l’influenza A.
A quel punto la scuola chiude, ma nel frattempo sono già passati alcuni giorni, e verosimilmente il virus si è già diffuso. Ha senso?

Lo dica lei.
No, non ha senso. Anche perché cosa otteniamo con la chiusura delle scuole, che i bambini non siano a stretto contatto tra loro? Bene. Non ci riusciremo neanche così. Difficilmente le famiglie che lavorano potranno di punto in bianco seguire i propri bambini negli orari scolastici: magari li guarderà la mamma dell’amichetto, o saranno affidati alle parrocchie. E continueranno a stare tra loro.
Considerare la chiusura delle scuole avrebbe senso se fossimo di fronte a una malattia con un alto tasso di mortalità, come non è: ricordo che l’influenza A ha un tasso di mortalità inferiore all’influenza stagionale.
Quando un paio di anni fa è scoppiato in Veneto una micro-epidemia di meningite ci fu una campagna mirata nelle scuole, con la chiusura di alcuni istituti. Ma in quel caso era comprensibile: la malattia è grave, e provocò alcuni morti. Le risultano dei morti per l’influenza A, se non in pazienti che avevano già complicazioni, come succederebbe in seguito a un’influenza "tradizionale"?

Eppure è di questi giorni il caso del ragazzo giovane e in buona salute in coma a Monza. E sono recenti i dati diffusi dai Centri statunitensi per il controllo delle malattie (Cdc) di Atlanta, in base ai quali i bambini tra i 5 e i 14 anni corrono il rischio di contrarre il virus 14 volte di più rispetto agli ultrasessantenni, finora il gruppo di età più a rischio. Non crede sia lecito preoccuparsi?
Sinceramente no. Il caso di Monza è uno in tutta Italia, e bisogna ancora accertare le sue condizioni prima del contagio. Sui dati di Atlanta, poi, cosa dicono di nuovo: Che i bambini sono più a rischio? Non mi sembra una novità.
Sono gli unici soggetti che stanno diverse ore a stretto contatto tra loro. E che normalmente prendono l’influenza 4 volte l’anno. Vorrà dire che quest’anno staranno a letto una volta in più.

I bambini non sono più a rischio, rispetto ad altri soggetti, per quanto riguarda il tasso di mortalità?
Assolutamente no. Guardi, facciamo un passo indietro. Sull’influenza A c’è un allarme epidemiologico "puro" che dice: molte persone si ammaleranno perché il virus è fortemente contagioso e perché nuovo, e non viene ancora contrastato dagli anticorpi. Questo è vero.
Poi c’è l’allarme che dice che dobbiamo preoccuparci. Ma perché? Le conseguenze della nuova influenza saranno – nella peggiore delle ipotesi – che più persone saranno costrette a letto. Questo avrà ricadute sui servizi: è possibile che mancherà il personale che guida gli autobus, o i dipendenti delle poste. Grave, sicuramente, perché saranno possibili disagi. Ma nulla di più.
Non vedo come giustificare l’allarmismo intorno alla nuova influenza, se non pensando che le vaccinazioni di massa porteranno un incasso stratosferico alle industrie farmaceutiche.

C’è preoccupazione sulla possibile mutazione del virus.
D’accordo. Ma che possiamo fare prima che questo avvenga? Il vaccino in questo caso sarebbe, per di più, inutile. Perché avremmo un vaccino contro il virus "buono", mentre a noi serve quello contro il virus "cattivo".
Questa campagna di vaccinazione avrà poi un costo elevatissimo per la nostra organizzazione sanitaria. Ho calcolato che se dovessi vaccinare tutti i miei pazienti, considerando 20 minuti l’uno, compreso il tempo di prendere i due appuntamenti – perché il vaccino di fa in due fasi – ci metterei tra i 4 e i 5 mesi di lavoro. E tutti gli altri pazienti, che magari hanno malattie più serie dell’influenza A, chi li cura? Se me lo chiedono – naturalmente – lo farò. Ma non posso non pensare agli effetti di tutta questa paura intorno alla nuova influenza. Si vada a rileggere i titoli dei giornali all’epoca della Sars, o l’aviaria. Tanto timore, e poi? Magari mi sbaglio. Ma le faccio una proposta: ci sentiamo a giugno e vediamo cos’è successo in questi mesi.

Una scommessa?
Sì, ci risentiamo a giugno.

Fonte: www.ilsalvagente.it

 

 

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