SALUTE. Milano, medicina palliativa: un libro-reportage dall’hospice di Niguarda

Un intero anno vissuto dall’interno di un hospice di uno dei più importanti ospedali milanesi, per raccontare senza tabù come è possibile garantire dignità e amore nel momento più difficile della vita, quando si è arrivati alla fine della propria esistenza.

E’ stato presentato a Milano – con il patrocinio dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti e alla presenza di numerosi rappresentanti della Sanità lombarda, il libro. "Curare sulla soglia della vita L’hospice ‘Il Tulipano’ di Niguarda" (FrancoAngeli editore) , scritto da Luciano Benedetti, giornalista scientifico e direttore della rivista di cure palliaive Limen, per raccontare come i malati arrivati alla fase finale della propria vita, proprio quando avrebbero più bisogno di assistenza, sono invece lasciati spesso soli a soffrire, con l’unico supporto della famiglia.

Dicono i dati e le analisi riportate nel libro "Curare sulla soglia della vita" che in Italia, ogni anno, si registrano oltre 250 mila malati terminali, di cui più di 100mila affetti da malattie diverse dai tumori.

"Curare sulla soglia della vita è un vero e proprio racconto di come gli operatori di un particolare ‘hospice’ sono diventati una squadra capace di interpretare i bisogni dei malati e di aiutare i loro familiari – ha commentato Emma Vitti, Presidente di AGC Onlus per la formazione degli operatori alle cure palliative". Nel libro è narrato il processo di avviamento del nuovo hospice ‘Il Tulipano’, visto anche attraverso i sentimenti, le paure e le speranze di chi lo ha realizzato e ci lavora.

Nella gran parte dei casi, le ultime fasi della vita di un malato si svolgono in luoghi privi di assistenza palliativa, come gli ospedali, dove la routine spesso fatta di lavoro e fatica del personale, impedisce di alleviare il dolore. Anche nelle residenze per anziani (RSA), le cose non vanno meglio: in questi non luoghi muore il 20% delle persone, tra rumori molesti e strutture che non favoriscono l’abbraccio dei familiari.

"È per questo che il 77% degli operatori confessa che nella gran parte dei casi, queste persone muoiono soffrendo – spiega Luciano Benedetti – e anche a casa, dove quasi tutti preferirebbero concludere la propria esistenza, serve un’assistenza palliativa specializzata e un sostegno qualificato alla famiglia Negli ospedali invece, finisce i propri giorni oltre il 50% delle persone, il 48% dei malati terminali non riceve alcun trattamento contro il dolore e gli specialisti di cure palliative vengono consultati soltanto nell’8% dei casi".

A questo scopo, a metà del secolo scorso, sono stati istituiti gli hospice, con l’obiettivo di dare una risposta alla sofferenza delle persone arrivate al capolinea della loro esistenza. "Chiunque preferirebbe essere assistito a casa sua, circondato dai propri familiari, ma non è sempre possibile o auspicabile – ha osservato Pasquale Cannatelli, direttore generale del Niguarda – ,per questo è indispensabile avere a disposizione una struttura specializzata in questo tipo di assistenza, cercando però di evitare che si medicalizzi eccessivamente la fase terminale della vita".

La vera sfida è quindi riuscire a realizzare una rete in grado di assistere i malati ovunque si trovino. "Per questo, dobbiamo portare la cultura delle cure palliative in tutti i luoghi nei quali le persone finiscono la loro vita, – ha concluso Alberto Defanti, fondatore del Gruppo di Studio sulla bioetica e le cure palliative della Società Italiana di Neurologia – con un’organizzazione lavoro più elastica, capace di inventarsi un modo diverso far fronte alle esigenze del malato".

di Flora Cappelluti

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