SALUTE. Milano, un convegno affronta le difficoltà dell’approccio palliativo al malato terminale

L’Università Statale di Milano e l’associazione AGC Onlus hanno promosso un convegno scientifico relativo alla dignità del malato terminale, alle cure palliative e alla medicina al termine della vita, che si terrà domani, 16 febbraio, nei locali della Statale Bicocca. Il convegno, dal titolo significativo "Riusciremo a morire in pace?", si pone l’obiettivo di esaminare – insieme ai medici e agli operatori della salute – i cambiamenti intervenuti nel processo del morire negli ultimi anni, che pongono all’équipe curante problemi e compiti nuovi nell’affrontare la parte finale della vita e la formazione del personale all’approccio palliativo.

Ogni anno, in Italia, oltre 250mila malati terminali reclamano il diritto che i medici facciano tutto quanto è possibile per difendere la qualità non soltanto di quel che resta loro da vivere, ma anche della loro morte. "Morire in pace è – o dovrebbe essere – un diritto di ogni paziente e un imperativo morale per ciascun operatore sanitario. Ma i medici sono addestrati a misurare il proprio lavoro in base alla capacità di aumentare la sopravvivenza dei pazienti", ha spiegato il professor Carlo Alberto Defanti, primario emerito del Dipartimento di Neurologia di Niguarda e direttore scientifico di AGC Onlus, "ecco perché la fase terminale di molte malattie espone sempre più i pazienti al rischio di ricevere trattamenti che possono essere peggiori del male stesso. Trattamenti che essi probabilmente rifiuterebbero, se fossero adeguatamente informati. E non è una cosa facile, credetemi, affrontare questo buco nero della nostra cultura medica".

Ogni anno, circa 55mila pazienti oncologici italiani (34.6%) finiscono la loro vita in ospedale e numerosi studi hanno dimostrato l’insufficiente qualità delle cure prestate in ospedale ai malati durante le fasi finali della vita. I mutamenti anagrafici, sociali, epidemiologici richiedono ormai che non solo pochi specialisti, ma tutti coloro che lavorano nella sanità si assumano l’impegno di prestare cure adeguate alla fine della vita e imparino a considerare la morte come un esito talvolta inevitabile, piuttosto che come un fallimento delle cure. Eppure, hanno spiegato i relatori del convegno, la rimozione della morte, che gli stessi medici operano al capezzale dei loro malati, contribuisce spesso a privare questi ultimi dell’opportunità di una maggiore umanità, proprio nella fase della loro esistenza in cui più ne avrebbero bisogno, e a esporli al rischio di ulteriori, inutili sofferenze.

"Per questo", ha aggiunto Michele Gallucci, direttore della SIMPA, Scuola italiana di Medicina Palliativa, "abbiamo chiesto ai relatori del Convegno di sforzarsi di guardare in faccia le proprie emozioni, di chiedersi se esiste uno spazio in cui il morente possa essere un individuo capace di prendere decisioni, piuttosto che un soggetto debole, affidato a scelte operate da altri, medici, familiari o legislatori che siano". Secondo i relatori inoltre, bisognerebbe riflettere su due domande che chiunque – medico, infermiere, psicologo, operatore di una casa di riposo – si pone di fronte alla fine di un suo paziente. La prima riguarda il senso della sua professione. "Al termine della vita, dopo una malattia che sappiamo inguaribile e che ciò nonostante continuiamo a lungo a curare, la medicina ha ancora un ruolo? Sembra una domanda forse scontata, alla quale però non è affatto semplice rispondere" ha spiegato Maddalena Gasparini, coodinatrice del Comitato Scientifico di AGC Onlus.

"Poi c’è una seconda domanda", ha continuato Gasparini, "che si affaccia inevitabile, anche se spesso inconfessata: noi medici e operatori, riusciremo a morire in pace? Ed è proprio da questo interrogativo che è nata l’idea di un Convegno dedicato alle cure di fine vita dal punto di vista di chi cura nasce proprio da queste due domande", ha concluso la responsabile di AGC Onlus, che a differenza di altre associazioni che suppliscono a eventuali carenze di servizi assistenziali per i pazienti, ha come obiettivo principale la formazione degli operatori sanitari perché applichino e promuovano i principi e le pratiche delle cure palliative anche in ambito neurologico e comunque non-oncologico.

 

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