SALUTE. Procreazione assistita, le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale

E’ stata depositata nei giorni scorsi la sentenza n. 151/09 della Corte Costituzionale sulla Procreazione assistita, frutto del ricorso proposto da Cittadinanzattiva Toscana, Hera Onlus e Sos Infertilità e salutato dalle associazioni come un importante passo avanti verso il rispetto della salute della donna.

"Nella sentenza la Corte non ha affrontato la questione sul dilemma della vita dell’embrione né sul rischio di eugenetica che era stato eccepito dalle associazioni del Movimento per la vita – ha spiegato Maria Paola Costantini, membro del collegio difensivo nazionale e vice segretario di Cittadinanzattiva Toscana – Piuttosto, nello stabilire il principio di bilanciamento, ha affermato che il valore della tutela dell’embrione non può essere considerato assoluto, ma sempre in relazione a quello della salute della donna e comunque anche del feto. E ha inoltre richiamato le ragioni proposte dalle coppie inerenti i rischi di iperstimolazione ovarica legati alla reiterazione dei cicli di Pma e di gravidanze plurime".

"Siamo soddisfatti – ha commentato Teresa Petrangolini, segretario generale di Cittadinanzattiva – perché la Corte ha correttamente seguito un approccio non ideologico, confermando la centralità dei pazienti e del diritto alla vita, poiché ha riconosciuto come nelle procedure di procreazione assistita, è il medico insieme alla coppia e alla donna in particolare che devono decidere in merito all’atto medico da porre in essere; ha inoltre affermato che nel tutelare tutti i soggetti coinvolti, principio fondamentale è la tutela della salute della donna e cioè della paziente. Questo è il giusto bilanciamento degli interessi. In questo senso si conferma quanto già la giurisprudenza della Corte aveva espresso in occasione di decisioni inerenti la Legge 194 del 1978 (interruzione di gravidanza)"

La sentenza riconosce, inoltre, che la legge finora non ha tutelato adeguatamente la salute dei soggetti coinvolti (e quindi anche l’embrione) laddove ha irragionevolmente stabilito un limite alla creazione degli embrioni, ha imposto un unico impianto (e cioè trasferimento) degli embrioni e non ha previsto deroghe ed eccezioni al divieto di crioconservazione. Risultano evidenti quindi – conclude la nota di Cittadinanzattiva – sia la legittimità della Diagnosi pre-impianto atteso che i casi portati alla attenzione riguardano coppie con problemi di infertilità ma soprattutto di malattie genetiche, che la possibilità concreta della diagnosi pre-impianto laddove è necessario fecondare più embrioni per effettuare la diagnosi e la possibilità di crioconservazione laddove sussiste il rischio di creare un pregiudizio alla salute della donna.

 

Comments are closed.