SALUTE. Un Camper per i Diritti gira per l’Italia per curare migranti e “senza dimora”

Un’unità mobile che porta la prima assistenza sanitaria alle persone vulnerabili, a coloro i quali per i motivi più svariati, non riescono ad avere accesso alle cure mediche di base. E’ quanto sta realizzando da tre anni il progetto "Un camper per i diritti" dell’associazione volontaria Medici per i Diritti Umani. Dunque medici, psicologi, anche avvocati e volontari in senso ampio, cercano di fare da ponte tra i servizi sanitari e sociali e chi ne è emarginato.

Questo progetto, partito nel 2007, si è concentrato soprattutto in due città italiane, Roma e Firenze, e ha avuto come referente principale la popolazione dei senza fissa dimora. Anche se non è una regola spesso questa realtà coincide con quella dell’essere migrante ed è dunque più probabile imbattersi in un "senza casa", che è scappato dal suo paese e che trova uno pseudo rifugio alla stazione o in un luogo ai limiti della società.

E il Camper dei Medici per i Diritti Umani (Medu) durante il 2008 ha operato a Roma, presso la stazione Ostiense, dove da un po’ di tempo decine di cittadini afgani, ma anche qualche italiano, passano la notte. Oggi, presso l’ospedale San Gallicano di Roma, i Medici per i Diritti Umani hanno presentato il Rapporto sulle attività di assistenza sanitaria su strada, a Roma e Firenze, del 2008.

"Che la presenza degli afgani sia così significativa – si legge nel Rapporto, nella parte che riguarda la Capitale – dipende chiaramente dal protrarsi della situazione di instabilità nel Paese di origine a seguito della guerra, oltre che del percorso che essi seguono per approdare in Europa. Secondo il rapporto annuale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan nel 2008 il numero delle vittime del conflitto afgano è aumentato del 40% rispetto al 2007".

"Quando si è deciso di intervenire in Afghanistan, al di là del condividere o meno l’intervento, c’è il dovere di investire anche sulle vittime innocenti, che scappano dall’Afghanistan come scappano da tutti i paesi in guerra". E’ quanto ha sottolineato Aldo Morrone, direttore dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, che ha sede presso l’ospedale San Gallicano di Roma. Durante il suo intervento alla presentazione del rapporto di Medu Morrone ha parlato della necessità di porre l’attenzione sulle tematiche legate alla migrazione, parlarne non in termini di protesta ma di proposta, crecando di creare una realtà che supera l’emergenza.

"Oggi siamo qui per lanciare un’idea, che è quella di organizzare una grande conferenza internazionale su questi temi, con il coinvolgimento dei rappresentanti istituzionali dell’Unione europea e dei paesi di provenienza di queste persone".

Help Consumatori ha parlato del progetto "Un Camper per i Diritti" con Marie-Aude Tavoso, vicepresidente di Medu e autrice del rapporto presentato oggi.

Come nasce l’idea di Medici per i Diritti Umani?

Noi siamo un’associazione di volontariato di medici che conduce progetti nazionali e internazionali, portando assistenza sanitaria alle popolazioni in difficoltà. In Italia abbiamo il progetto Un camper per i diritti che opera a Firenze e Roma e che, attraverso un servizio di clinica mobile, porta assistenza sanitaria alla popolazione senza fissa dimora. A Firenze ci occupiamo prevalentemente dei rom e dei somali, a Roma operiamo un giorno a settimana alla stazione Ostiense, dove troviamo per la maggior parte ragazzi afgani.

Perché avete scelto queste comunità?

In realtà non li abbiamo scelti noi, ma abbiamo incontrato i loro bisogni. Come tutte le associazioni di volontariato di strada andiamo dove ci sono popolazioni di senza fissa dimora; non facciamo un servizio esclusivo per alcune comunità. Siamo andati alla stazione Ostiense e lì la maggior parte delle persone che dormono in strada sono afgani, loro hanno questa specificità, di trovarsi presso la stazione Ostiense da diversi anni, perché quando arrivano, dopo il loro viaggio lungo e pericoloso, sanno già che lì si trovano i loro connazionali. Presso la stazione Ostiense ci sono anche altri servizi, come la distribuzione dei pasti da parte della comunità di Sant’Egidio. Questa realtà noi la conosciamo già da 5 anni; con il Camper operiamo da tre anni.

In questi 3 anni com’è stato il rapporto con l’esterno, in particolare con le istituzioni?

Questo è il terzo anno consecutivo che facciamo la distribuzione delle tende per rendere un po’ più umana la realtà abitativa di queste persone, che non hanno quasi mai un rifugio e subiscono tutte le condizioni climatiche, ma anche per sensibilizzare le autorità rendendo in qualche modo più visibile il problema. Il primo anno è stato ancora più evidente il problema perché le persone dormivano tutte in un parcheggio dietro il terminal della stazione e lì abbiamo costituito un piccolo campo di tende. Da lì è nata una collaborazione con l’amministrazione dell’epoca e alla fine queste persone sono state sgomberate e accolte in un centro di accoglienza. Stiamo cercando, anche con le altre associazioni di strada, di sensibilizzare le istituzioni; purtroppo il problema persiste e a nostro avviso non ci sono soluzioni adeguate. Anche dopo gli sgomberi ci ritroviamo di fronte sempre allo stesso numero di persone, senza alloggio, senza accoglienza; c’è sempre una parte significativa di minori, e di persone con lo statuto di rifugiato o il permesso di protezione umanitaria.

Pensa che la diffusione mediatica potrebbe avere effetti collaterali per queste persone?

Chiaramente c’è una rappresentazione mediatica che non è sempre fedele alla realtà. Purtroppo sappiamo bene che quello che colpisce è la storia più raccapricciante, come è stata da qualche giorno quella dei bimbi afgani che si nascondono nei tombini. Il problema non è un evento isolato; e non credo che le forze di polizia, né gli operatori del settore, né le autorità né tanto meno le istituzioni siano sorpresi di apprendere che a Roma c’è questa comunità. Credo che la diffusione mediatica debba essere indirizzata all’apertura di un dialogo costruttivo e alla ricerca di soluzioni specifiche e adeguate per l’accoglienza di queste persone che hanno diritto all’asilo e al minimo indispensabile per poter vivere. Ricordiamo che queste persone sono vittime di guerra e non delinquenti, quindi non è una questione che va gestita come ordine pubblico o decoro urbano.

Avete rapporti con qualche ospedale in particolare?

Sicuramente il San Gallicano, che oggi ci ospita. Noi facciamo un primo servizio di assistenza sanitaria che ha dei limiti. Facciamo le prime medicazioni, una prima diagnosi; ma la nostra attività è anche quella di permettere a queste persone di avere un servizio sanitario adeguato. Indichiamo loro le strutture più idonee, tra cui il San Gallicano, la Caritas, il Policlinico e, quando si tratta di problemi legali, come quello di consigliare ai minori di chiedere la tutela che gli spetta, indichiamo altre associazioni e servizi pubblici.

C’è il timore della segnalazione da parte del medico?

Bisogna prima di tutto ribadire che questa norma non è ancora legge e dunque se qualcuno prova a denunciare lo fa in violazione del diritto costituzionale e di tutte le normative vigenti. Speriamo che questa norma non passi mai e speriamo in una forte mobilitazione che, in questo momento, non viene solo dagli ospedali dedicati alla cura degli immigrati, ma arriva anche dall’Ordine dei medici. C’è una forte mobilitazione e noi pensiamo che questo è un problema di coscienza individuale; non crediamo che sia una buona misura per la salute della collettività e del singolo individuo, che spesso è vittima di traumi di guerra sia fisici che psicologici.

di Antonella Giordano

 

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