SCUOLA. Le tecnologie nelle scuole italiane? Ci sono ma non vengono usate

La scuola italiana sta vivendo un momento epocale. Da una parte i tagli delle risorse e il precariato degli insegnanti, dall’altra la riforma Gelmini che ha inserito nuovi licei e nuove materie. E in mezzo c’è il futuro dell’Italia. Ma al di là dei cambiamenti più o meno legislativi, come sta la scuola italiana? La scuola italiana è vecchia e bisogna reinventarla, partendo sicuramente da quella cosa che negli ultimi decenni ha coinvolto tutti i settori e, di conseguenza, tutti i lavori: la tecnologia.

Le nuove tecnologie sono entrate nella scuola italiana, ma non vengono ancora utilizzate. Tutti i ragazzi oggi hanno un computer (il 97% ne possiede uno e molti hanno anche un collegamento Internet); il 94% degli insegnanti ha un computer e di questi il 76% dichiara di essere un esperto utilizzatore; il 78% delle scuole italiane dispone di un’aula informativa; il 33% ha anche una LIM (Lavagna Interattiva Multimediale). Il problema è che queste tecnologie vengono utilizzate molto raramente nella didattica.

E’ questo il quadro che emerge da una ricerca realizzata da Adiconsum in collaborazione con le case editrici G. D’Anna e Loescher e l’associazione Anarpe, sull’utilizzo delle nuove tecnologie nelle scuole. La ricerca, presentata oggi a Roma presso il Cnel, ha coinvolto 1570 studenti, 523 genitori e 299 docenti di tutta Italia.

"Con questa ricerca – ha precisato Paolo Landi, Segretario Generale di Adiconsum – vogliamo andare oltre la denuncia, proponendo spunti e possibili soluzioni poiché non possiamo aspettare che il sistema cambi, ma dobbiamo tutti rimboccarci le maniche per fare qualcosa. Dunque il Ministero si sta sforzando di introdurre le nuove tecnologie nella scuole, ma dalla ricerca emergono dati preoccupanti: solo un terzo di queste tecnologie viene utilizzato e l’uso è limitato a una volta al mese o, al massimo, ad una volta a settimana".

Tra le ragioni principali di questo scarso utilizzo ci sono l’assenza di adeguati incentivi economici per gli insegnanti, la scarsa preparazione e la mancanza di investimenti effettuati dal Ministero. Silvia Landi, che ha curato la ricerca, ha precisato che "di fatto le scuole italiane sono attrezzate, al Nord come al Sud, ma ovunque l’utilizzo di queste strumentazioni è scarso. Manca l’anello della formazione e non dipende neanche dall’età dell’insegnante perché ci sono docenti prossimi alla pensione che sono entusiasti di utilizzare le nuove tecnologie e ci sono docenti giovani che non ne vogliono neanche sentir parlare". L’utilizzo quindi di queste tecnologie è lasciato un po’ al caso e all’iniziativa personale.

"Quello a cui si dovrebbe pensare sono, invece, dei percorsi standard – ha aggiunto Landi – dei curricula in cui l’insegnante, se vuole, ha la possibilità di utilizzare una serie di strumentazioni per calare le nuove tecnologie nella didattica quotidiana. Quello che vediamo noi come Associazione, entrando nelle scuole, è che se al docente proponiamo alcuni strumenti e gli spieghiamo come fare ad utilizzarli nella didattica, loro lo fanno".

A tal proposito cosa ne pensa il Ministero dell’Istruzione? "Il nostro obiettivo – ha spiegato Rossella Schietroma, dirigente della Direzione generale per gli studi, la statistica e i sistemi informativi del Miur – è quello di portare il laboratorio in classe. Ma il laboratorio non inteso come aula informatica, ma come idea diversa di didattica che ogni giorno deve avere la possibilità di utilizzare la tecnologia. Per questo il Ministero ha creato una rete di relazioni con i vari attori, dalle scuole agli enti comunali agli editori, ed ha elaborato due Piani: il Piano LIM, dove la LIM funge un po’ da mediatore culturale (durante l’anno scolastico 2009-2010 ne sono state installate 8.800) e il Piano Cl@ssi 2.0 che partirà ad ottobre e che vuole velocizzare l’applicazione di questi nuovi strumenti, per fare davvero un salto di qualità". In conclusione, secondo il Ministero, è fondamentale che si porti in classe quello che c’è fuori, visto che i ragazzi di oggi sono già dei nativi digitali.

di Antonella Giordano

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