SESSIONE CNCU-REGIONI. Martinello (Beuc): “Consumatore cane da guardia per le imprese”

Alla seconda giornata della sessione CNCU-Regioni è intervenuto Paolo Martinello, presidente del Beuc (Bureau Européen del Unions de Consommateurs). Help Consumatori l’ha intervistato sul consumerismo in Italia e sul rapporto con le imprese. "La mia presidenza del Beuc è significativa anche come riconoscimento della crescita del movimento consumerista italiano. È vero che nel Beuc è Altroconsumo membro, però è anche vero che l’Italia non è più il fanalino di coda dell’Europa in materia di tutela dei consumatori. Anzi, su alcune tematiche, per esempio alcuni pezzi della manovra di liberalizzazione che c’è stata in Italia due anni fa, grazie a quelle misure in alcuni casi oggi siamo all’avanguardia in Europa. Quando a Bruxelles dico che in Italia i consumatori hanno diritto di trasferire il mutuo da una banca all’altra gratuitamente sgranano gli occhi: è una misura pro-consumatori e pro-concorrenza che ci viene invidiata in tutta Europa. Come ci veniva invidiata, ma l’abbiamo persa, la possibilità di disdettare annualmente i contratti di assicurazione, una misura che stava producendo effetti estremamente positivi sul mercato assicurativo. Purtroppo su questo c’è stata la controriforma che ha riportato le polizze poliennali nel mercato italiano, sappiamo che ci sono grossi interessi in gioco, però con queste misure l’Italia ha saputo dimostrare di saper essere anche all’avanguardia in materia di tutela dei consumatori. E in qualche modo, tornando al Beuc, questo pone i consumatori italiani oggi all’avanguardia. Abbiamo qualcosa da dire in Europa alla Commissione e agli altri paesi europei".

Lei ha il quadro della situazione fra il consumerismo italiano e quello europeo: quali sono le differenze?

Le differenze che ci sono riguardano soprattutto i paesi dell’Europa storica e i paesi del Centro Est Europa. Qui rivivo quello che era stata la nascita del consumerismo in Italia negli anni Settanta, inizio anni Ottanta, quando eravamo davvero gli ultimi arrivati e guardavamo ai paesi del Centro Nord Europa come si guarda a un adulto che ha venti, trenta anni di esperienza alle spalle. Oggi questa situazione la vivono i paesi del Centro Est Europa, lì la differenza è sul piano della tutela dei diritti, dello sviluppo del mercato, della concorrenza, dell’organizzazione dei consumatori. Questi paesi devono saper costruire organizzazioni dei consumatori forti, indipendenti, punto cruciale per la credibilità della tutela del consumatore a Bruxelles. Oggi le associazioni forti sono di più e quindi sono in grado di aiutare, quelle piccole a crescere e imboccare la strada giusta.

Quali sono i problemi del consumerismo italiano? Si è dibattuto di rappresentanza, di frammentazione, qual è la sua opinione?

La frammentarietà è una facile polemica. Non c’è solo nel consumerismo, c’è nella società italiana, c’è nei partiti politici, nei sindacati, in tutto quello che è organizzazione sociale in Italia. Questo di per sé non è un fatto negativo. Quello che forse pesa di più sull’organizzazione dei consumatori italiani è l’incapacità di esprimere un forte impatto politico tutti insieme. Da questo punto di vista essere in tanti potrebbe essere persino un vantaggio. Il problema è capire cosa c’è alla radice di questa frammentazione. Io sono pronto ad accettare una molteplicità di organizzazioni dei consumatori purché questi esprimano una reale differenza culturale, politica. Dopodiché ci si confronta e si cerca di lavorare insieme. Oggi la frammentazione in Italia non è solo questo, è qualcosa di più perverso, è il frutto di un rapporto perverso con lo Stato. Il CNCU secondo me è uno degli elementi che ha svolto per anni un ruolo molto positivo di coordinamento ma è diventato anche un fattore di proliferazione distorta delle associazioni dei consumatori specialmente per effetto dei finanziamenti. Il dato del finanziamento pubblico è cruciale per spiegare perché in Italia anziché non dico due, ma cinque, sei associazioni di consumatori forti anzichè essere queste sono diventate il triplo. Questo è un tipo di pluralismo che non aiuta nessuno: quando si tengono in vita o si incentiva la crescita, la nascita solo perché in questo modo si riesce ad avere accesso a dei fondi o queste strutture stanno in piedi solo perché ci sono dei fondi pubblici, evidentemente questo non è nell’interesse di nessuno, né dello Stato né delle associazioni né del pluralismo né dei consumatori.

Consumatori e imprese: quale rapporto dovrebbe essere?

Da trent’anni dico che i consumatori devono essere di fronte alle imprese a testa alta. Devono essere indipendenti dalle imprese e devono saperle stimolare, criticare, attaccare quando è il caso, nell’interesse dei consumatori ma anche delle imprese stesse. Il ruolo dei consumatori è difendere un interesse di parte, noi esprimiamo un interesse, la ricchezza del nostro ruolo è essere di parte. Di fronte alle imprese dobbiamo giocare il ruolo di chi controlla la qualità, denuncia gli abusi, le obbliga a rispettare la legge, a risarcire i danni quando è il caso, a migliorare i contratti ed essere più concorrenziali. Il ruolo del consumatore nei confronti delle imprese è il cane da guardia. Non è assolutamente un atteggiamento anti imprese, siamo liberali dal punto di vista delle regole del mercato, però vogliamo denunciare la falsa concorrenza. Sul fronte delle imprese c’è tantissimo da fare. Ieri ero a Cremona al processo sul formaggio adulterato, che è uno dei grandi scandali alimentari di questi anni, e mi veniva da pensare quale abisso c’è quando si vede cosa è potuto succedere per anni a Cremona, a trenta chilometri da Milano: imprese italiane, veterinari italiani corrotti, formaggio italiano, all’insaputa di tutti. E dall’altra parte le imprese italiane giustamente pensano di essere competitive in Europa sul piano della qualità. Giustamente, quando si vedono questi due scenari, ci si deve anche chiedere come è possibile come nonostante ciò che l’Italia rappresenta soprattutto nel settore alimentare e nonostante il sistema della sicurezza alimentare sia uno dei più avanzati in Europa, possano succedere cose di questo tipo. È un problema che si colloca nella connivenza delle imprese. Questa è la sfida che lanciamo all’imprenditoria italiana: la garanzia della qualità, la correttezza del comportamento, il rispetto delle regole viene prima di ogni altra cosa, e non si può pensare di sbandierare il made in Italy come un fattore vincente se non si hanno le spalle abbastanza larghe. Bisogna essere sicuri di se stessi quando si va a promuovere l’immagine dei prodotti. In questo senso noi siamo l’elemento di contraddizione, cerchiamo di fare in modo che le parole non siano solo promesse ma si traducano in vantaggi veri per i consumatori.

 

di Sabrina Bergamini

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