SICUREZZA ALIMENTARE. Da consumarsi entro: etichette contro lo spreco

Il Regno Unito ha deciso di cambiare il sistema di datazione delle scadenze alimentari per evitare la confusione dei consumatori, alle prese con cibi scaduti ma perfettamente commestibili, e intervenire in questo modo per contrastare lo spreco di cibo. La notizia, resa nota dal quotidiano la Repubblica, riguarda il fatto che molti prodotti nel Regno Unito hanno diverse scadenze: una, "sell by" , ovvero "vendere entro", sulle confezioni di tutti i tipi di prodotti alimentari; una, "use by", che indica la data entro la quale il prodotto andrebbe consumato; un’altra, "best by", che definisce la data nella quale il prodotto è nelle condizioni migliori, equivalente in pratica all’italiano "da consumarsi preferibilmente entro". Spiega la Repubblica che l’etichetta sarà ora solo "best by" per alimentari che si possono mangiare anche dopo la scadenza, come quelli in scatola, mentre l’etichetta "use by" sarà riservata agli alimenti che non vanno mangiati dopo una certa data, come quelli freschi (carne, pesce, uova).

Per Silvia Biasotto, Responsabile Dipartimento Sicurezza Alimentaredel Movimento Difesa del Cittadino, si tratta di un cambiamento che rende il sistema simile a quello italiano. Spiega Biasotto: "La rivoluzione inglese prende spunto dalla regolamentazione delle scadenze dei prodotti alimentari nel nostro Paese. Essenziale è la distinzione tra la data di scadenza " da consumarsi entro" e il termine minimo di conservazione (TMC) "da consumarsi preferibilmente entro". Capire la differenza aiuterebbe molti consumatori a evitare gli sprechi. Nel primo caso – prosegue – il termine è perentorio e dopo la data indicata non è più garantita la salubrità stessa del prodotto. Il TMC indica invece la data fino alla quale sono garantite le caratteristiche nutrizionali e organolettiche del prodotto. Se lo si consuma successivamente, qualche giorno dopo, non ci sono pericoli dal punto di vista della salute".

Uno dei problemi toccati è quello dello spreco alimentare: spesso si finisce per gettare via cibo in realtà perfettamente commestibile. "Un consiglio per evitare sprechi di cibo, anche non scaduto, è quello di seguire le indicazione relative alla modalità di conservazione – spiega Biasotto – Pensiamo alla catena del freddo per i prodotti freschi che i consumatori devono trasportare dal negozio al frigo di casa in piena estate. Oppure a come l’esposizione alla luce per lunghi periodi dell’olio extra vergine di oliva ne possa peggiorare le caratteristiche organolettiche".

Il provvedimento del Regno Unito non piace invece a Coldiretti, per la quale "la crisi non deve essere l’alibi per mantenere sul mercato prodotti alimentari invecchiati che mettono a rischio la salute, giocando sulla data di scadenza".

Difficile però imputare alla crisi economica un fenomeno, quello dello spreco alimentare, denunciato da più parti come una vera piaga. Uno studio presentato a maggio e commissionato dalla Fao ha snocciolato numeri da brivido: ogni anno vengono sprecati o perduti nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, circa un terzo degli alimenti prodotti per il consumo umano. In Europa e in Nord America lo spreco pro capite dei consumatori è calcolato intorno ai 95-115 kg all’anno, mentre in Africa sub-sahariana e nel sudest asiatico ammonta a soli 6-11 kg l’anno. E ogni anno i consumatori dei paesi ricchi sprecano quasi la stessa quantità di cibo (pari a 222 milioni di tonnellate) dell’intera produzione alimentare netta dell’Africa sub-sahariana (pari a 230 milioni di tonnellate). Lo spreco di cibo è un fenomeno che riguarda tipicamente i paesi industrializzati, dove i consumatori stessi gettano nella spazzatura cibo perfettamente commestibile.

È un fenomeno che in Italia nel 2010 si è attenuato, forse per una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, ma che rimane comunque imponente. Secondo un’indagine dell’Adoc, nonostante gli sprechi siano diminuiti, nella spazzatura delle case italiane finisce ben l’8% della spesa alimentare totale, in primis prodotti freschi come latte, yogurt, stracchino, pane, frutta e verdura, per un valore complessivo di 450 euro l’anno. Le cause sono diverse e si va dall’eccesso di acquisto, anche legato alle offerte speciali, al fatto che vengono buttati via prodotti scaduti o andati a male.

di Sabrina Bergamini

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