SOCIETA’. 8 marzo: storie di lavoratrici madri tra discriminazione e disattenzione di istituzioni

Si chiama "Il valore delle differenze. Per tenere insieme la società", il dossier delle Donne Cisl che, attraverso "9 testimonianze + 1" (come recita la stessa copertina) racconta storie di lavoratrici madri strette tra la professione e la cura della famiglia, tra servizi inesistenti e aziende sorde ai loro bisogni.

La curatrice, la giornalista Daniela De Sanctis, lo racconta così: "La prima riflessione che si trae da queste storie è che basterebbe poco sforzo e piccoli investimenti per attenuare in modo considerevole problemi che non sono tanto delle donne quanto delle famiglie, e che probabilmente sono una delle spiegazioni del basso tasso di natalità in Italia".

D. Qual era l’obiettivo di questo lavoro?
R.
Abbiamo cercato di dare un quadro più variegato possibile, sia a livello geografico che di settore professionale, della condizione delle lavoratrici madri, intervistando perciò donne che lavorano in ambiti diversi, sia pubblici che privati. Le interviste sono dieci, ma il progetto che le donne Cisl portano avanti è più ampio e prosegue. Queste dieci interviste sono il primo step di un progetto incentrato sui problemi concreti della conciliazione tra maternità e lavoro: più che fare teoria sociale saranno le lavoratrici stesse a esporre in diretta i loro problemi, anche raccontando la loro giornata lavorativa quando necessario. E visto che c’è bisogno di soluzioni concrete, siamo partiti dai problemi concreti.

D. In quali settori lavorano le donne che hai sentito?
R.
In ambito pubblico ho intervistato donne che operano a livello sanitario, come le infermiere, ma anche un’operatrice ecologica; nel privato, un’operatrice di call center, un’assistente di volo, un’addetta alle vendite in un centro commerciale, una trader su mercati azionari esteri. In più, ci sono tre storie "anomale": una giornalista imprenditrice, una badante che lavora in "grigio", una campionessa olimpica. In quest’ultimo caso, quello che colpisce è vedere che anche quando si raggiunge il massimo livello possibile nel proprio settore, si hanno gli stessi problemi di una commessa del supermercato… Nel settore sportivo pesa moltissimo l’assoluta mancanza di regole contrattuali. Il riconoscimento dello status professionale è riservato alla decisione delle singole federazioni sportive di ogni disciplina, e solo sei, prevalentemente maschili, ce l’hanno: tutti gli altri atleti, anche se si allenano 8 ore al giorno e quindi sostanzialmente lavorano, non hanno nessun tipo di tutela contrattuale, e se non avendo quelle di base, figuriamoci se hanno tutele per la maternità! Il caso di Josefa Idem, medaglia d’oro di Canottaggio a Sidney 2000, è eclatante, perché Josefa ha gareggiato mentre aspettava un figlio. Se non l’avesse fatto, avrebbe perso il diritto a disputare i Mondiali perché avrebbe perso posizioni in classifica generale. Per questo la Idem sostiene la battaglia del sindacato Assist per una legge che riconosca agli sportivi lo status di professionisti.

D. Che età hanno le tue intervistate?
R.
Anche in questo caso abbiamo cercato di scegliere storie rappresentative: ci sono quindi le trentenni, ma anche un’infermiera già in pensione, proprio per evidenziare che anche partendo da una situazione anagrafica diversa, il problema della conciliazione non cambia. Alla fine, emergono sempre tre questioni di fondo: a) la maternità e la cura familiare sono problemi tuoi (della donna) e ti arrangi; b) nel migliore dei casi l’azienda o il datore di lavoro non ti ostacola, nel peggiore ti discrimina e a volte, come nel caso della trader, cerca di indurti alle dimissioni; c) la questione macroscopica è che per evitare problemi, che coinvolgono sempre più anche i lavoratori maschi, basterebbe un piccolo sforzo da parte dell’azienda ma anche da parte delle istituzioni locali, approntando più asili o pulmini per portare i bimbi a scuola, una modulazione diversa degli orari di lavoro manche di quelli di apertura degli istituti scolastici.

D. Com’è la giornata di queste donne?
R.
La giornata è in tutti i casi una continua lotta contro il tempo: a sentirle raccontare, queste donne, viene il fiatone! C’è proprio il senso della fatica fisica e dell’angoscia, perché basta un piccolo imprevisto per farti arrivare tardi a prendere il bimbo a scuola, il lavoratore con figli vive in uno stato di perenne tensione. La maggior parte delle situazioni è risolta ricorrendo a un familiare o a una baby sitter; una delle alternative è il part time, che però vuol dire portare a casa uno stipendio di 500 euro al mese e avendo comunque una vita affogata. L’aspetto molto positivo che emerge da tutte le interviste è il ruolo dei mariti, che obiettivamente sta diventando molto più presente rispetto al passato. Ci sono dei casi addirittura in cui marito e moglie fanno la staffetta, il che vuol dire che i figli sono ‘coperti’ ma loro non si incontrano mai, oppure – come racconta una delle intervistate – si incrociano per strada per "mollarsi" l’un l’altro il figlio.

D. Qual è la storia che ti ha colpito di più?
R.
La storia dell’infermiera, alla quale è capitato di andare in pensione insieme al marito, che però subito si è ammalato di una malattia terribile. Lei lo ha assistito per sei anni, giorno e notte, potendolo fare semplicemente perché era stata infermiera, appunto, e perché essendo in pensione aveva tempo libero. Ma senza intervento delle istituzioni (come è stato), in una situazione diversa come avrebbe potuto? Ogni volta che ha provato a sollecitare la Asl o altre strutture pubbliche a darle un minimo di assistenza, la risposta, non esplicita ma molto chiara, era "è un problema tuo".
Da tutte le storie emerge comunque che quando i capi del personale sono persone che hanno vissuto in prima persona il problema della conciliazione dei tempi, le soluzioni organizzative per alleviare i problemi, si trovano; l’infermiera è stata caposala e avendo avuto a suo tempo una figlia sapeva quali fossero le problematiche e le esigenze delle sue collaboratrici: perciò ha gestito il personale del suo reparto facendo in modo che le infermiere con figli avessero qualche agevolazione. Serve ‘disponibilità’ mentale ad affrontare i problemi, non si risolve tutto ma qualcosa sì. Quel che è certo è che rispetto alle tutele esistenti per le donne in maternità c’è da parte dei datori di lavoro diffidenza, come se le tutele fossero un alibi per i nullafacenti.

D. E le donne immigrate?
R.
Ho intervistato una lavoratrice cinese e una peruviana: le donne immigrate hanno un ulteriore enorme problema nella gestione dei figli, tanto grave che a pochi mesi dal parto sono costrette a mandarli nel paese d’origine a crescere con le loro nonne. Per le immigrate il problema degli asili nido è ancora più complesso, perché entrarci è più difficile. La badante racconta una situazione surreale: quando è rimasta incinta ha dovuto smettere di lavorare, senza nessuna tutela perché praticamente "invitata" a licenziarsi. Ma quando ha voluto riprendere a lavorare, con un figlio di pochi mesi, si è trovata in una specie di circuito dell’assurdo: non poteva proporsi per un nuovo lavoro perché non aveva nessuno cui lasciare il bimbo, e non poteva lasciarlo all’asilo perché, non avendo lavoro le veniva risposto che poteva benissimo badarci lei…

A cura di Valentina Caracciolo

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