SOCIETA’. Acli Colf: 600 mila i domestici in Italia, soprattutto donne straniere e in nero

Sono circa 600 mila i lavoratori domestici in Italia, in gran parte donne straniere provenienti da Romania, Ucraina e Filippine. Un dato che si rivela superiore secondo le stime che comprendono colf e assistenti irregolari, che arrivano a calcolarne quasi il doppio. Per le immigrate è il lavoro che permette di mantenere la famiglia o costruire una casa; per le italiane – che in tempi di crisi sembrano in parte ritornare al settore domestico – è invece un modo per arrotondare il bilancio familiare.

È la fotografia del lavoro domestico scattata dalle Acli Colf in occasione della XVII Assemblea nazionale "Per un nuovo welfare della cura oltre il fai da te" in corso da oggi a Roma. In gran parte si tratta di lavoratrici straniere (solo il 22,3% è di nazionalità italiana) e soprattutto di donne, che rappresentano l’87% fra i lavoratori stranieri e il 96% fra gli italiani. Fra le immigrate, il 20% proviene dalla Romania, il 12,7% dall’Ucraina, il 9% circa dalle Filippine e il 6% dalla Moldavia; seguono Perù, Ecuador, Polonia e Sri Lanka, con percentuali che vanno dal 3,6 al 2,8% e rappresentanze minori di numerosi altri Paesi, europei, asiatici, africani e sudamericani.

"Queste donne – commentano le Colf delle Acli – rappresentano oggi l’unica speranza delle famiglie italiane per la cura dei bambini e l’assistenza di anziani. Infatti è noto che il nostro welfare è largamente carente di adeguati servizi per l’infanzia, per le persone anziane o per i non autosufficienti". In periodo di crisi economica sono però numerose le donne italiane che tornano al settore domestico. Secondo le Acli Colf, "per le italiane il lavoro domestico ad ore rappresenta un’occasione per arrotondare il bilancio familiare e per conciliare l’occupazione extradomestica, seppur svolta in un’altra casa, con le proprie esigenze casalinghe. Per le immigrate, la cui famiglia è rimasta in patria, è il modo per mantenere i figli, il marito o per costruire la casa".

Un fenomeno legato al lavoro nel settore domestico da parte delle immigrate è la presenza forte di famiglie divise, che sono più del 60%: solo il 38% delle colf straniere ha i familiari più stretti (figli o coniuge) che vivono tutti in Italia. Il 57% delle lavoratrici vive lontano dai propri figli, che sono affidati in patria alle cure dell’altro coniuge (41%) o degli altri parenti (41%).

Diffuso è il lavoro sommerso: il 57% delle colf straniere dichiara di lavorare completamente o in parte senza contratto. Si tratta di un dato, evidenziano le Acli, che deriva dalla somma del numero di coloro che non possono avere un contratto perché residenti in Italia irregolarmente (24%) al numero di coloro (33%) che pur possedendo il permesso o la carta di soggiorno, svolgono almeno un lavoro in nero. Se si considerano i soli collaboratori regolari, oltre la metà (55%) denuncia irregolarità nei versamenti previdenziali perché o non vengono versati contributi (24%) oppure vengono versati solo parzialmente (31%).

L’Assemblea rappresenta l’occasione per le Acli Colf di proporre una "rivoluzione copernicana" con un pacchetto di proposte che intende riorganizzare il lavoro domestico restituendo risorse alle famiglie e favorendo l’emersione del lavoro nero. Fra le proposte, c’è quella di dare alle famiglie la possibilità di detrarre l’intero costo del lavoro domestico in sede di dichiarazione dei redditi; abolire le retribuzioni convenzionali e introdurre una aliquota legata alla retribuzione effettiva; prevedere nuove forme di prelievo fiscale per le colf perché possano pagare le tasse con una rateizzazione meno concentrata e elevata; dividere il lavoro domestico dal lavoro di assistenza alle persone, inserendo quest’ultimo nella rete dei servizi sociali di sostegno alla famiglia.

"Senza una presa in carico forte da parte dello Stato – spiegano le Colf – l’irregolarità nel lavoro domestico è un circolo vizioso spesso legato a fattori di reciproca convenienza: la famiglia risparmia non pagando o pagando meno contributi, la lavoratrice guadagna qualcosa in più, rinunciando a diritti previdenziali e assistenziali di cui difficilmente riuscirebbe a godere per l’esiguità della copertura assicurativa, oltre ai problemi legati alla debolezza del sistema previdenziale transnazionale". Le proposte delle Acli Colf mirano dunque a spezzare questo circolo vizioso rendendo appetibile per entrambe le parti – famiglie e lavoratrici – la regolarizzazione del lavoro domestico.

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