SOCIETA’. Baranes (Banca Etica): “Ecco cosa prevede la tassa sulle transazioni finanziarie”

La campagna Sbilanciamoci! sostiene l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie pari allo 0,05%, volta a contrastare le speculazioni. "Tramite la tassa sulle transazioni finanziarie – spiega la sintesi del rapporto – si obbligherebbe la finanza a pagare almeno una parte del conto salatissimo della crisi, di cui la stessa finanza è la prima responsabile". Qualche passo avanti in questa direzione c’è stato: il 20 ottobre scorso è stata presentata infatti una proposta di legge, primo firmatario Andrea Sarubbi del Partito democratico, per l’Istituzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie in favore di interventi di solidarietà nazionale e internazionale, firmata da quasi tutti i gruppi parlamentari, tranne la Lega Nord, che secondo i promotori permetterebbe di registrare solo in Europa un gettito compreso fra 163 e 400 miliardi di dollari annui.

"Nella proposta – si legge sul sito dedicato alla campagna zerozerocinque – si prevede l’istituzione di una imposta sulle transazioni finanziarie, la cui aliquota giungerà allo 0,05% dopo l’adesione di almeno sei Paesi membri dell’Unione europea. La tassa si applica a tutte le transazioni finanziarie dirette o indirette, e compiute attraverso qualunque strumento finanziario, effettuate in Italia o da soggetti che operano nel nostro Paese. Sono esclusi i titoli di Stato (Bot, Bpt, Cct, Ctz) e quelli emessi dagli Enti territoriali (buoni ordinari comunali, provinciali e regionali). Il gettito della tassa sarà destinato per metà ai Paesi in via di sviluppo, e per metà alla solidarietà nazionale: il 50% dei soldi andranno infatti ai Fondi per la cooperazione allo sviluppo, l’altro 50% al Fondo nazionale per le politiche sociali".

A spiegare a Help Consumatori la campagna sulla tassazione delle transazioni finanziarie è Andrea Baranes della Fondazione culturale Banca Etica, intervistato a margine della presentazione della contromanovra di Sbilanciamoci!.

"È una tassa dello 0,05% su ogni compravendita di strumenti finanziari. Non ha nessun impatto per chi investe sui mercati con ottiche normali di medio-lungo periodo. Gli speculatori però oggi possono comprare e vendere migliaia di volte titoli e valute per speculare su piccolissime oscillazioni di prezzo. Se si deve pagare migliaia di volte questa tassa molto piccola, allora diventa una tassa molto grande, quindi uno strumento di straordinaria efficacia per bloccare la speculazione senza avere impatti sull’economia reale. È una proposta che circola da decenni nei circoli accademici, fino a poco tempo fa considerata un’utopia, mentre adesso con la crisi finanziaria in moltissimi si sono resi conto che è una delle proposte che si possono portare avanti, e anche una delle più efficaci. Il presidente francese Sarkozy, il premier tedesco Merkel, molti governi si sono schierati a favore, l’Italia ancora no, ci auguriamo che possa fare la sua parte".

Quale ambito di applicazione si prevede per una misura del genere?
"È meglio se applicata a livello globale in alternativa a livello europeo. Però ci sono alcuni esempi di tasse più specifiche, non sull’insieme delle operazioni finanziarie, che esistono già a livello di singolo paese e funzionano benissimo. C’è una tassa molto piccola su ogni acquisto e vendita di azioni a Wall Street, considerata la patria del capitalismo sfrenato: è minuscola, ma l’importo è sufficiente per finanziare la Sec, l’organo di vigilanza sui mercati. Alla City di Londra, cuore pulsante della finanza europea se non mondiale, c’è una tassa dello 0,5% – dieci volte più alta di quella che chiediamo noi – su ogni compravendita di azioni, limitata solo alle azioni e non a tutti i titoli finanziari. Questi esempi mostrano che se disegni bene la tassa, si può fare anche in pochi paesi e non solo a livello internazionale".

Immaginiamo che la proposta venga accettata: come si strutturerebbe il coordinamento e la ripartizione dei soldi?

"La possibilità minima è che i singoli Stati raccolgono il gettito e lo usano una parte per scopi interni e una parte internazionali, fino alla proposta di più lungo periodo, adesso forse utopica, di un Fondo apposito sotto l’egida dell’Onu che gestisce il Fondo per i beni pubblici internazionali, l’ambiente, la stabilità finanziaria. Ma in questo momento nessuno Stato vuole rinunciare alla sovranità in materia fiscale. La nostra idea è questa: gli Stati raccolgono questa imposta e si impegnano a usarne metà per scopi interni, di welfare e spese sociali, e l’altra metà per progetti internazionali, la cooperazione allo sviluppo, la lotta ai cambiamenti climatici".

La campagna, spiega Baranes, raccoglie l’eredità di una proposta di tassazione sulla compravendita delle valute, la Tobin Tax, che in Italia ha dato vita a una legge di iniziativa popolare rimasta ferma però in Parlamento. Ora è stata presentata una nuova proposta sull’insieme delle attività finanziarie che prevede appunto la tassazione dello 0,05%. "L’ultima dichiarazione fatta dal Ministro Tremonti all’Ecofin due mesi fa – spiega Baranes – è del tipo ‘sarebbe una proposta molto bella, eticamente moralmente e tecnicamente, ma è possibile solo se applicata in tutto il mondo, altrimenti ci sono fughe di capitali e distorsioni’. Secondo noi questo non è vero. Speriamo di far cambiare idea al Governo".

Etica in finanza: compatibile?

"Un cliente di Banca Etica può vedere a chi vanno a finire i soldi. Il problema che ha contribuito a condurre alla finanza etica è che i clienti non volevano che i loro soldi finissero in commercio di armi, in attività inquinanti, in attività che violano i diritti umani. Adesso il problema, mi verrebbe da dire, è che la maggior parte dei soldi finisce nel casinò finanziario, su speculazioni, su derivati nei paradisi fiscali, su cose che non hanno rapporto con l’economia reale. Banca Etica partecipa alla campagna zerozerocinque per dimostrare che un’idea diversa di finanza è possibile".

Etica e finanza: quanto sono consapevoli gli attuali consumatori e risparmiatori?

"Sta crescendo il numero di risparmiatori consapevoli, che non vogliono che i loro soldi in banca vadano a finanziamenti per armamenti. Questo movimento sta crescendo ma è ancora molto di nicchia. Nel campo dei consumi milioni di persone sanno del "voto col portafoglio", per cui al supermercato non è la stessa cosa acquistare un cibo in scatola rispetto al prodotto biologico, ma secondo me non c’è stata ancora una piena presa di coscienza che lo stesso deve avvenire nel settore del risparmio, della finanza, del credito e del settore bancario. Questa consapevolezza sta aumentando ma c’è ancora molto da fare".

 

di Sabrina Bergamini

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