SOCIETA’. Cassazione: veto sul lavoro degli extracomunitari nel pubblico impiego

I cittadini extracomunitari residenti in Italia – anche nel caso di persone disabili – non hanno alcun diritto ad essere assunti dalla pubblica amministrazione e questa "preclusione" non è "discriminatoria" in quanto "non rientra tra i diritti fondamentali garantiti, l’assunzione alle dipendenze di un determinato datore di lavoro". Lo sottolinea la Cassazione – che per la prima volta con la sentenza 24170 depositata ieri, si è espressa sul tema extracomunitari e pubblico impiego – respingendo il ricorso di un cittadino albanese disabile che aveva chiesto, all’ amministrazione provinciale di Siena, di "essere iscritto nelle liste riservate ai disabili per l’accesso anche al lavoro presso le pubbliche amministrazioni". Ad avviso della Suprema Corte questa esclusione non viola la Costituzione.

In particolare, la Suprema Corte ha enunciato il principio di diritto in base al quale, il requisito del possesso della cittadinanza italiana per accedere al lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, non è "sospettabile di illegittimità costituzionale, atteso che si esula dall’area dei diritti fondamentali e che la scelta del legislatore è giustificata dalle stesse norme costituzionali (art. 51, 97 e 98 Cost.)".

In pratica – spiega la sentenza di Piazza Cavour – "in materia di rapporti con la pubblica amministrazione, viene riconosciuta la parità di tutti gli aspiranti lavoratori non in termini assoluti e totali ma nei limiti e nei modi previsti dalla legge e ciò non comporta incompatibilità con disposizioni costituzionali perché non rientra tra i diritti fondamentali garantiti l’assunzione alle dipendenze di un determinato datore di lavoro".

Quanto al fatto che l’Italia ha recepito, con una apposita legge del 1981, la Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro nella parte in cui impegna lo Stato a garantire allo straniero emigrante "un trattamento identico a quello dei cittadini nazionali", la Cassazione osserva di aver "già precisato" che "per dare concreta attuazione alla Convenzione non basta la legge di ratifica". Devono essere rimosse le leggi che richiedono l’italianità o deve esserci "un intervento della contrattazione collettiva".

 

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