SOCIETA’. Corte Ue: un richiedente protezione non deve dimostrare minacce personali

Una persona che richiede protezione sussidiaria non deve necessariamente provare di essere minacciata personalmente nel suo paese d’origine; il grado di violenza indiscriminata di questo paese può essere condizione sufficiente affinché le autorità competenti decidano che un civile in caso di rimpatrio corra il rischio di subire minacce gravi e individuali. Lo ha deciso oggi la Corte di Giustizia Ue in una sentenza.

Nella sentenza si specifica, infatti, che viene considerata in modo più ampio una minaccia alla vita o alla persona di un civile, piuttosto che determinate violenze. Inoltre, tale minaccia è inerente ad una situazione generale di "conflitto armato interno o internazionale". Infine, la violenza in questione all’origine della minaccia viene qualificata come "indiscriminata", termine che implica che essa possa estendersi ad alcune persone a prescindere dalla loro situazione personale.

Inoltre, la Corte aggiunge che al momento dell’esame individuale di una domanda di protezione sussidiaria, si può tener conto:

  • dell’estensione geografica della situazione di violenza indiscriminata, nonché dell’effettiva destinazione del richiedente in caso di rimpatrio, e
  • dell’esistenza, se del caso, di un serio indizio di un rischio effettivo quale il fatto che un richiedente ha già subìto minacce gravi o minacce dirette di tali danni, a meno che vi siano buoni motivi per ritenere che tali danni gravi non si ripeteranno, indizio in considerazione del quale il requisito di una violenza indiscriminata richiesto per poter beneficiare della protezione sussidiaria può essere meno elevato.

 

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