SOCIETA’. Cresce la percezione di povertà in Italia ed Europa. Indagine ISAE

I cittadini italiani ed europei si sentono più poveri. Secondo un’indagine condotta da l’ISAE (Istituto di Studi e Analisi Economica) nel periodo luglio 2006 giugno 2007, in Italia ben il 74% delle famiglie ritiene di non avere le risorse sufficienti per un’esistenza accettabile. L’analisi prende in esame la povertà soggettiva, ossia la percezione degli individui circa l’adeguatezza del proprio reddito per condurre una vita dignitosa.

Nella valutazione del proprio tenore di vita, molti sono i fattori presi in considerazione. Per non rientrare nel concetto di povertà, si esige di condurre un’esistenza "priva di lussi ma senza privarsi del necessario". Le variabili analizzate dall’indagine sono di carattere culturale, sociale, psicologico, come lo stile di vita e le abitudini di consumo, la percezione del costo della vita, le aspettative.

Nell’ultimo anno la soglia reddituale al di sotto della quale ci si considera poveri è, in media, pari a 1.313 euro per i single ed a circa 1.800 euro per le coppie, mentre i nuclei più numerosi raggiungono valori più elevati, ben oltre i 2.000 euro mensili. Sulla base di questi numeri, quasi il 74% delle famiglie pensa di non avere un tenore di vita dignitoso.

La percezione di povertà è molto più elevata al Sud Italia, rispetto alle altre aree del Paese. Ci si sente meno ricchi soprattutto se si è single o in coppia (meno se si hanno nuclei familiari numerosi). La sensazione di svantaggio economico riguarda inoltre nuclei con capofamiglia con basso livello di istruzione, con un impiego da operaio, oppure quelli dei disoccupati e delle casalinghe. Infine, ci considera poveri se si è in affitto e non si ha un contratto a tempo indeterminato.

Accanto alle stime relative all’Italia, si presentano anche gli ultimi dati disponibili per l’Europa, realizzati dall’indagine EU-SILC per il 2004. La povertà soggettiva è più diffusa nei Paesi mediterranei: soprattutto fra le famiglie greche (76%), italiane (63%) e spagnole (60%), mentre è inferiore in quelle portoghesi (47,5%); nelle nazioni nordiche, viceversa, l’incidenza è minima, ferma tra l’11 ed il 16%.

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