SOCIETA’. Dal 2015 le pensioni degli italiani si riducono sempre di più. Rapporto Cnel-Cer

Qual è il futuro delle pensioni degli italiani? Dal 2015 si ridurranno progressivamente in rapporto al Pil pro capite: si passerà dal 23 al 18%. Ce lo dice il rapporto Cnel-Cer sul modello previsionale del sistema pensionistico nel lungo periodo, presentato stamattina a Roma presso il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Il rapporto indaga su come evolverà il sistema pensionistico del nostro paese fino al 2050, con proiezioni sugli effetti presso le nuove generazioni e sulla spesa in rapporto al Pil. A partire dal prossimo decennio cominceranno ad andare in pensione i primi lavoratori a cui verrà applicato il metodo di calcolo contributivo.

Nel 1995 è stata introdotta in Italia una radicale riforma del sistema di calcolo delle pensioni che ha visto il progressivo abbandono del metodo di calcolo retributivo, basato su anzianità contributiva e importo della retribuzione, a favore del metodo di calcolo contributivo, basato su ammontare dei contributi accumulati e sulla vita attesa del pensionato e sull’attribuzione di un rendimento implicito ai contributi coerente con la crescita della base contributiva sulla quale le pensioni sono finanziate. Ciò provocherà una progressiva e sempre più rilevante riduzione dei trattamenti pensionistici.

L’età media al pensionamento si innalza da poco più di 60 anni per gli uomini e 59 anni per le donne a 63 e 61 anni rispettivamente. Per le dipendenti donne il tasso di sostituzione, ossia il quoziente tra prima rata media delle nuove pensioni liquidate e ultimo salario medio dei lavoratori andati in pensione, passa dal 66% nel 2010 al 55% nel 2050; per i dipendenti uomini al netto della tassazione la prima rata della pensione passa in media dal 78 al 63% dell’ultimo salario.

Per coloro che passano da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato entro i primi tre anni della loro vita lavorativa, la pensione relativa è sostanzialmente pari a chi parte sin dall’inizio come lavoratore a tempo indeterminato. Al contrario coloro che permangono nella condizione di lavoratore temporaneo per un periodo superiore ai tre anni subiscono, nel corso della loro carriera lavorativa, una penalizzazione salariale e quindi pensionistica rispetto a chi inizia come lavoratore a tempo indeterminato sin dall’inizio.

Per avere un trattamento pensionistico comparabile a quello dei loro padri, i giovani dipendenti attuali dovranno lavorare un anno in più per ogni anno in più di vita attesa. La riduzione del tasso di sostituzione è particolarmente accentuata nel caso dei lavoratori autonomi: si passa dall’ 89% per gli uomini e dall’82% per le donne al 53% sia per gli uomini che per le donne. La causa di questa rilevante riduzione va rintracciata nel differenziale di aliquota contributiva attualmente esistente tra dipendenti e autonomi.

 

 

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