SOCIETA’. Eurispes e Coldiretti: agromafie muovono giro di affari di 12,5 miliardi

Se la criminalità organizzata è diventata, e lo è da tempo, "una vera e propria holding finanziaria" che muove un giro d’affari stimato dall’Eurispes in circa 220 miliardi di euro l’anno, uno dei tentacoli in cui si è ramificata è la terra. Il comparto agroalimentare non sfugge alle mani dell’agromafia,che interviene con una pluralità di reati: "l’azienda Mafia attraverso il sistema di imprese affiliate o collegate è in grado, come sottolineato dalla Direzione Investigativa Antimafia, di condizionare e di controllare l’intera filiera agroalimentare, «dalla produzione agricola all’arrivo della merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla Grande Distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione»". È quanto si legge in Agromafie: 1° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, realizzato da Eurispes e Coldiretti.

Il Rapporto Eurispes-Coldiretti stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale), di cui 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale). L’intero comparto agroalimentare è così caratterizzato da "fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del "caporalato", che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva. I danni al sistema sociale ed economico sono pertanto molteplici, dal pericolo per la salute dei consumatori finali, all’alterazione del regolare andamento del mercato agroalimentare".

Secondo il Rapporto, i "tentacoli nella terra" della criminalità organizzata si manifestano con una pluralità di illeciti. I principali reati attribuiti alle associazioni mafiose vanno dai comuni furti di attrezzature e mezzi agricoli all’abigeato, dalle macellazioni clandestine al danneggiamento delle colture, dall’usura al racket estorsivo, dall’abusivismo edilizio al saccheggio del patrimonio boschivo, per finire al caporalato e alle truffe, consumate a danno dell’Unione europea.

Capitolo diverso, ma non meno importante, è quello dell’italian sounding e quindi della contraffazione. Rileva il Rapporto: "L’Italian sounding rappresenta la forma più diffusa e nota di contraffazione e falso Made in Italy nel settore agroalimentare. Sempre più spesso, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza, infatti, denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. A livello mondiale, le stime indicano che il giro d’affari dell’Italian sounding supera i 60 miliardi di euro l’anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nel 2009)".

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