SOCIETA’. Gli italiani nel mondo: sempre più vecchi e con molti problemi sociali

In attesa della versione integrale del Rapporto sugli Italiani nel Mondo che sarà pronta ad ottobre, questa mattina a Roma la Fondazione Migrantes ha presentato alcune anticipazioni. Il Rapporto anche quest’anno raccoglie tutti i dati disponibili sugli emigrati, introduce alla conoscenza delle loro comunità, favorisce le decisioni da adottare nei loro confronti ed evidenzia l’apporto che possono dare per la diffusione della lingua e cultura italiana e la promozione delle nostra imprenditorialità.

I cittadini italiani residenti all’estero nel 2006, dopo gli ulteriori controlli del Ministero dell’Interno, sono risultati 3.106.251, mentre nell’anno precedente erano 3 milioni e mezzo; ormai il loro numero è equivalente a quello dei cittadini stranieri in Italia. La ripartizione percentuale per continente è la seguente: Europa (60%), America (34,4)%, Oceania (3,6%), Africa (1,3%) e Asia (0,7%).

Molti però i problemi di natura di sociali. Sono 400 mila le pensioni in pagamento all’estero, delle quali un ottavo in regime autonomo e cioè in base ai soli contributi italiani, perché l’incompleta rete degli accordi bilaterali e delle convenzioni internazionali non ha consentito di assicurare una protezione completa. Per il 62% si tratta di pensioni di vecchiaia, per il 5% di invalidità e per il 33% di reversibilità. Anche le pensioni attestano che gli emigrati italiani stanno diventando sempre più vecchi: già oggi un quinto della presenza all’estero è costituito da ultrasessantacinquenni. In Svizzera il flusso di rimpatri, specialmente di lavoratori arrivati al pensionamento, è di circa 10.000 persone l’anno. Altri preferiscono restare sul posto con i loro figli, i loro nipoti e pronipoti o, spesso, anche da soli: nella collettività italiana in Australia si calcola che gli anziani siano sui 100.000, con problemi molto grandi quando sono soli o malati e senza adeguate risorse.

Le innovazioni legislative nel settore socioprevidenziale, approvate a partire dagli anni ’90, hanno comportato diverse restrizioni per gli italiani all’estero: l’aumento dei requisiti per la concessione dell’integrazione al minimo (da 1 a 5 anni prima, e poi da 1 a 10 anni di lavoro in Italia), il divieto di esportabilità delle prestazioni non contributive, la mancata integrazione al mminimo della pensione sulla quale calcolare la quota dovuta (la cosiddetta pensione virtuale).

Sono numerose le situazioni di bisogno segnalate ai Consolati: persone in età avanzata e a basso reddito, famiglie numerose in situazione precaria, malati che devono pagare la retta di degenza ospedaliera. Molto dipende dal sistema locale di assistenza e non dai pochi fondi di cui può disporre la rete consolare a fronte di necessità così diffuse. Senza andare molto lontano, basti ricordare che in Germania il tasso di disoccupazione degli italiani è del 18% e che i nostri connazionali sono quelli maggiormente coinvolti nei licenziamenti. Indubbiamente, per gli emigrati anziani che non vivono in Europa, la sanità e la previdenza sono due aspetti di prioritaria importanza, e questo porta comparativamente a rivalutare le tradizioni europee imperniate sulla solidarietà sociale e quanto l’Italia è riuscita a fare per tutelare il diritto fondamentale della salute e i pensionati.

Clicca qui per scaricare le anticipazioni (pdf).

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