SOCIETA’. Il 13% degli italiani è povero e la spesa sociale è mal gestita. Rapporto Caritas-Zancan

Il 13% della popolazione italiana è costretto a sopravvivere con meno di 500-600 euro al mese, cioè meno della metà del reddito medio italiano (dati Istat). Tantissimi sono poi i quasi poveri, cioè quelli che superano la soglia di povertà soltanto di pochissimo. Ad aggravare la situazione italiana c’è il fatto che i servizi sociali non hanno un forte impatto nel ridurre la società; in questo l’Italia è seconda, nell’area euro, solo alla Grecia. In Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Germania e Irlanda i trasferimenti sociali riescono a ridurre del 50% il rischio di povertà, mentre in Italia questa percentuale è del 4%.

Sono alcuni dei dati evidenziati dal Rapporto Caritas-Zancan, presentato oggi a Roma da Caritas Italiana e Fondazione Zancan di Padova. "Ripartire dai poveri", è questo il titolo del Rapporto di quest’anno che pone due questioni da affrontare con urgenza: il passaggio da trasferimenti monetari a servizi e la gestione decentrata della spesa sociale.

Nel nostro Paese risulta povero il 30,2% delle famiglie con 3 o più figli, e il 48,9% di queste famiglie vive nel Mezzogiorno (al 2006, ultimi dati disponibili). Sembra che avere più figli in Italia comporti un maggiore rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità ma soprattutto per i figli, costretti a una crescita con meno opportunità. Eppure in altri Stati non accade così. Ad esempio, effettuando un confronto con la Norvegia, si evidenzia che in quel Paese non solo vi è un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma anche una relazione esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno (a meno di non averne più di 3), più basso è il tasso di povertà.

"Come evidenziano i dati – afferma Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan – i Paesi che investono di più in servizi piuttosto che in trasferimenti monetari sono gli stessi Paesi che riescono a incidere sul fenomeno della povertà del 50%. Una strada chiara, da percorrere anche nel nostro Paese".

Altri problemi si evidenziano nella gestione della spesa: nel nostro Paese l’assistenza sociale è tuttora erogata a livello centrale, sia dalle amministrazioni centrali che dagli enti di previdenza, piuttosto che a livello locale, diversamente da quanto prevedono le recenti modifiche costituzionali. Solo l’11% della spesa per assistenza sociale è gestita a livello locale. Si tratta di una contraddizione su cui è urgente intervenire, collegando strutturalmente il passaggio da trasferimenti a servizi e da gestione centrale a gestione locale.

Mentre il Rapporto del 2007 poneva l’interrogativo se rassegnarsi alla povertà, quello di quest’anno cerca di dare una risposta: basterebbe riallocare una parte delle risorse destinate alla spesa sociale. Ad esempio la spesa per indennità di accompagnamento e quella per assegni familiari vengono messe tra le aree di azione specifica per un piano di lotta alla povertà, ipotizzando forme parziali di riconversione dei 10.175 milioni di euro e dei 6.427 milioni di euro che rispettivamente compongono le due voci di spesa.

Da un approccio per categoria si dovrebbe passare ad un approccio basato sulla persona trovando soluzioni perché almeno una parte del trasferimento monetario possa essere fruita in termini di servizi accessibili, come prestazioni di sostegno alla domiciliarità, attività di socializzazione, servizi per l’inserimento lavorativo, ecc.

"Occorre applicare seriamente il principio di equità sociale e di universalismo selettivo – sottolinea Tiziano Vecchiato -, ponendo fine alle rendite di posizione, agli interventi a pioggia, mettendo al centro le persone".

Da un monitoraggio effettuato nel 2007 da Isfol in collaborazione con Upi, centrato su 346 casi di ambiti sociali appartenenti a 16 territori regionali, è emerso che sono i servizi domiciliari e gli interventi di promozione sociale le tipologie prevalenti di attività finanziarie. Seguono i sussidi economici, i servizi semiresidenziali. Le tipologie di servizio che più immediatamente possono riferirsi alla lotta all’esclusione possono identificarsi con i sussidi economici e con gli interventi volti a fronteggiare le emergenze sociali, entrambi presenti in più di 6 piani su 10. Per quanto concerne i trasferimenti monetari, il primato di una maggiore diffusione è detenuto dalle zone del Veneto (82,4%), dell’Emilia Romagna (80,8%) e della Liguria (77,8%).

Strategie territoriali integrate, è quello su cui bisogna puntare in futuro: piani di azione a lungo termine con cui accostarsi alle questioni sociali, facendo perno sui territori e promuovendo l’integrazione, ovvero selezionando sul territorio le risorse attivabili e le condizioni migliori per l’attuazione degli interventi nel superamento della logica dell’emergenza. Mons.Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana, in conclusione ha ribadito: " La politica – quella vera e non serva del dio denaro – deve fare la sua parte. Riaffermando il bene comune e il primato della persona umana".

Il Rapporto

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