SOCIETA’. “In Italia il Terzo Settore è anche produttivo”. 1° Rapporto Cnel/Istat

"I rimedi contro le paure e le insicurezze sociali stanno nel welfare e nel welfare c’è anche il no profit. Esiste un welfare basato sulle leggi dello Stato che vanno per grandi categorie e poi c’è quello del no profit che considera una realtà molto più articolata. Quello che può fare un’associazione di quartiere non può farlo una legge". Così il Presidente del Cnel (Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro) Antonio Marsano ha introdotto il primo Rapporto Cnel/Istat sull’economia sociale, presentato stamattina a Roma.

Il Rapporto, che ha come sottotitolo "Dimensioni e caratteristiche strutturali delle istituzioni nonprofit in Italia" ha inteso valorizzare un settore peculiare dell’attuale realtà socio-economica nella quale confluiscono una miriade di soggetti che, con forme e modalità diverse, sono impegnati nell’economia sociale. Si tratta di quei soggetti che, nelle analisi scientifiche e talvolta nel linguaggio comune, vengono indicati con espressioni quali "unità del Terzo settore" o "istituzioni nonprofit". Con questi termini ci si riferisce ad enti tra loro diversissimi come le organizzazioni di volontariato, le cooperative sociali, le organizzazioni non governative, le fondazioni, bancarie e non, associazioni di vario tipo, sportive, culturali, ambientaliste.

"Il no profit italiano ha degli elementi di specificità che lo distinguono da quello anglosassone- ha spiegato il prof Stefano Zamagni, Presidente dell’Agenzia per le Onlus – Prima di tutto il Terzo Settore italiano non è soltanto redistributivo come quello americano, che con una mano prende da chi ha e con l’altra distribuisce ai soggetti bisognosi. Il Terso Settore italiano è anche produttivo, cioè fa parte dell’economia sociale, ma, a differenza delle imprese, non ha un obiettivo lucrativo, ma sociale". Zamagni ha parlato del "movente ideale" che muove i soggetti del no profit italiano, ricordando come il Terzo Settore affondi le sue radici nella tradizione italiana del 1200. Gli antenati delle organizzazioni no profit di oggi sarebbero, secondo Zamagni, "le confraternite duecentesche, espressione di laici che ritenevano, in via ideale, di dover adempiere ad un compito preciso". Il Presidente dell’Agenzia per le Onlus ha dunque sottolineato l’importanza del movente ideale che contraddistingue il no profit italiano e che invece manca in quello americano che, infatti, sta subendo un rallentamento di crescita.

I dati del Rapporto del Cnel, invece, dimostrano come questo settore in Italia stia crescendo molto, soprattutto negli ultimi 5 anni. Alla fine del 2003 le organizzazioni di volontariato erano 21.021, il 14,9% in più rispetto al 2001; le cooperative sociali attive erano, alla fine del 2005, 7.363, 19,5% in più del 2003; le fondazioni sono aumentate del 57% in 6 anni e alla fine del 2005 quelle attive erano 4.720. Alla fine del 2007 le organizzazioni non governative erano 239, impiegavano circa 27mila persone e registravano un ammontare complessivo di entrate pari a 1 miliardo di euro; sempre a fine 2007 le associazioni di promozione sociale iscritte al registro nazionale erano 141.

Il Rapporto contiene dati ufficiali Istat fino al 2007, anno che rappresenta l’inizio della collaborazione con il Cnel. La base di partenza è l’analisi dei dati del 1° censimento delle istituzioni nonprofit riferito al 1999, con il quale allora si poneva in luce il peso tutt’altro che marginale delle istituzioni nonprofit nel nostro Paese, circa 220 mila unità, tra associazioni, fondazioni, cooperative sociali ed enti religiosi, che impiegavano più di 500 mila dipendenti e più di 3 milioni di volontari che svolgevano attività nei campi più svariati – per poi concentrarsi su settori specifici del mondo del nonprofit. Da sottolineare è anche l’evoluzione della varietà delle attività svolte e dei servizi forniti: accanto a quelli di più classica valenza socio-sanitaria e assistenziale, si affiancano servizi più innovativi di promozione e sensibilizzazione verso temi sociali e ambientali.

Il prof. Stefano Zamagni ha concluso con delle proposte per aiutare il Terzo Settore a diventare indipendente e autonomo, soprattutto dal punto di vista finanziario. "Bisogna far in modo che il 5×1000, che è una delle espressioni più alte di sussidiarietà sociale, diventi legge ordinaria; deve poi passare l’idea che l’imprenditore non è solo colui che va in cerca di profitto o speculazione e questo lo si può ottenere cambiando il titolo secondo del Libro 1° del Codice Civile. Infine – ha concluso Zamagni – si deve predisporre l’attuazione della Borsa del Sociale, come stanno già facendo gli inglesi, perché devono essere i cittadini ad esprimere, con le loro scelte, il loro indice di gradimento".

a cura di Antonella Giordano

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