SOCIETA’. In Italia si fanno meno figli e sempre più tardi. Indagine Istat

In Italia si fanno sempre meno figli e sempre più tardi. In compenso le mamme italiane sono sempre più istruite e presenti nel mercato del lavoro e non solo perché ne hanno bisogno economicamente ma anche per l’interesse per il tipo di lavoro svolto che le gratifica e le coinvolge. Sono i risultati della seconda edizione dell’Indagine campionaria sulle nascite, condotta dall’Istat nel 2005 su un campione di circa 50 mila madri di bambini iscritti in anagrafe per nascita nel 2003 (il 10% di tutte le madri del 2003).

Secondo l’indagine nel 2005 nel nostro Paese nascono in media 1,33 figli per ogni donna in età feconda (età 15-49 anni). Quello italiano, è uno dei livelli più bassi di fecondità osservato nei paesi sviluppati. Ma perché gli italiani vogliono fare sempre meno figli? La motivazione più frequente riguarda la soddisfazione delle madri per aver raggiunto la dimensione familiare desiderata: questo è vero per il 44% delle donne con due figli, il 59% di quelle con 3 o più figli e per oltre un quarto delle madri di un solo figlio. Seguono i motivi economici (indicati da circa il 20% delle donne con uno o due figli e dal 12% di quelle con 3 o più) e i motivi di età (per il 15% delle madri al primo figlio o al terzo o successivo e per il 12% delle madri al secondo figlio).

Secondo l’Istat, oggi, le mamme sono più istruite e presenti nel mercato del lavoro. Se nel 1980 il 40% dei nati avevano una madre con la licenza elementare, dieci anni dopo, queste ultime scendono al 14% e nel 2003 sono solo l’1,7%. All’opposto si osserva un considerevole aumento dei nati da donne con titolo di studio medio alto: le madri con diploma di scuola media superiore sono aumentate dal 19% del 1980 al 30% del 1990 fino a superare il 54% nel 2003. Nello stesso tempo le laureate sono quadruplicate passando dal 4 al 16%.

Parallelamente all’aumento del livello d’istruzione si osserva un incremento della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Il 63,3% delle donne divenute madri nel 2003 aveva un lavoro, al momento del parto, o era in cerca di un’occupazione. Questa proporzione scende al 60% quando come riferimento temporale si considera il momento dell’intervista, ovvero, circa due anni dopo la nascita del bambino.

Ma lavorare e accudire la prole non è sempre così semplice. Ci sono madri che lasciano o perdono il lavoro dopo la nascita dei figli: il 18,4% di tutte le mamme occupate all’inizio della gravidanza non lavora più al momento dell’intervista (nel 2002 erano il 20%). E per chi rimane a lavorare le cose si fanno complicate: il 40,2% delle madri che lavora dichiara di avere delle difficoltà. Gli aspetti più critici del lavoro svolto risultano in particolare: la rigidità nell’orario di lavoro e lo svolgere turni, lavorare la sera o nel fine settimana.

Ma come conciliare lavoro e famiglia? Le madri che lavorano alle dipendenze ricorrono sempre più frequentemente al part-time: lavorano a tempo parziale il 45% delle madri che risiedono al Nord e il 35% di quelle del Mezzogiorno. Ampiamente utilizzati anche l’astensione facoltativa dal lavoro e i congedi parentali, senza dimenticare le reti formali e informali per la cura dei bambini, come gli asili nido, i genitori o le baby sitter.

Le cose si fanno ancora più complicate quando alla famiglia e al lavoro si aggiunge la casa da dover conciliare. In Italia il numero di ore svolte dalle donne nelle attività domestiche e di cura risulta circa il triplo di quello degli uomini. Il carico di lavoro per le madri si fa quindi ancora più pesante quando non si hanno aiuti nello svolgimento dei lavori in casa e non si può contare sulla collaborazione del partner. Il 63% delle madri occupate dichiara di non ricevere alcun aiuto per i lavori in casa; tra chi, invece, lo riceve, nel 52% dei casi viene aiutata da una collaboratrice domestica, nel 25% si ha di nuovo il coinvolgimento dei nonni e nel 17% del partner.

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