SOCIETA’. Indagine Auser: le donne al vertice sono poche anche nel Terzo Settore

Anche nel Terzo Settore forse servono le quote rosa. Di sicuro c’è che, in linea con quanto accade a livello sociale, economico, dirigenziale, in politica e nel mondo economico, anche nel mondo associativo sono poche le donne che riescono a raggiungere i ruoli chiave e di vertice. Le stesse norme antidiscriminatorie non bastano. L’Auser ha realizzato una "Indagine quantitativa sulla questione di genere nel Terzo Settore e in Auser" presentata oggi a Roma. Ed emerge che "le donne svolgono attività di volontariato, ma è scarsa la loro presenza ai vertici delle associazioni. Gli incarichi di responsabilità e dirigenza si declinano al maschile, come risulta dall’indagine effettuata da Auser che ha analizzato gli organigrammi di 15 fra le più conosciute associazioni italiane. Il ruolo di Presidente è ricoperto da una donna in 4 casi su 15. Tra queste, l’Associazione Fondo per l’Ambiente Italiano, appare come l’unica ad essere "femminile", il numero delle donne con incarichi di responsabilità è assolutamente predominante".

Se si fa un passo indietro nel tempo, già uno studio della Fondazione Roma Terzo Settore del 2008 rileva come la componente maschile dei Presidenti sia prevalente ovunque in Italia e in tutte le classi di età, mentre le Presidenti donne rappresentano il 35,4% del totale, pur costituendo il 51,2% dell’universo degli effettivi volontari.

La rete Auser si inquadra in questo contesto. Le donne infatti rappresentano il 51,2% del totale dei soci, oltre il 47% dei volontari (con un trend di crescita dal 2007 del 2,1%), ma rappresentano solo il 27% dei Presidenti delle associazioni locali affiliate, il 19,3% dei Presidenti e il 36,4% dei vicepresidenti della Auser territoriali e regionali. A livello regionale solo 4 Auser su 21 hanno un presidente donna.

Gli elementi di criticità individuati sono ricorrenti ad altre indagini sulla scarsa presenza femminile nei ruoli di vertice: fra i nodi individuati dall’indagine, ci sono infatti "i vincoli derivanti dai carichi familiari, cui è sotteso un diffuso senso di colpa; gli orari delle attività che confliggono con le esigenze familiari e il lavoro di cura; la carenza di programmazione dell’attività e la scarsa collegialità delle decisioni; l’assenza di un progetto di formazione relativo in particolare sia al rafforzamento dell’autostima sia ad Auser, alla sua natura giuridica ed alle regole di organizzazione e di funzionamento; mancata attuazione della norma antidiscriminatoria da parte dei responsabili delle strutture a tutti i livelli".

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