SOCIETA’. Istat: “Sì al matrimonio ma la convivenza è ormai accettata socialmente”

Il matrimonio non è superato, ma la convivenza è ormai accettata socialmente. Lo afferma l’Istat sulla base dei dati emersi dall’indagine "Famiglia e soggetti sociali" svolta nel novembre 2003 su un campione di oltre 19 mila famiglie per un totale di circa 49 mila individui. Dalla ricerca emerge infatti che più della metà degli intervistati (53,9%) è contraria all’affermazione "il matrimonio è un’istituzione superata", mentre la convivenza è sempre più considerata una delle possibilità della vita di coppia (58,7%):

Al divorzio, anche in presenza di figli, come scioglimento di una unione coniugale infelice si dichiara favorevole il 71,1% delle donne e il 66,2% degli uomini, mentre l’affidamento dei figli alla madre in caso di scioglimento dell’unione trova d’accordo solo un terzo della popolazione di riferimento (38% delle donne e 28,8% degli uomini). Per oltre il 77% degli intervistati essere casalinga non consente alla donna di realizzarsi quanto un lavoro retribuito.

E mentre solo il 17,9% è d’accordo con l’affermazione che al compimento della maggiore età si debba lasciare la casa dei genitori, oltre la metà (55,2%) dei giovani tra 18 e 39 anni che vivono a casa con i genitori non intende lasciare la famiglia di origine nei tre anni successivi all’intervista. In particolare, il matrimonio è il motivo più indicato per uscire dalla famiglia di origine (41,7%), seguono l’esigenza di autonomia e indipendenza (24,6%), il lavoro (18,3%) e la convivenza (12%). Sono soprattutto le donne ad indicare come motivo di uscita il matrimonio (45,8% contro 38,1%), mentre gli uomini indicano maggiormente il lavoro (21,7% contro il 14,4%) e le esigenze di autonomia e indipendenza (25,5% contro il 23,5%). Alla domanda cosa migliorerebbe o peggiorerebbe con l’uscita dalla famiglia di origine, il 51,6% riscontra un impatto positivo sulla indipendenza personale e il 44,2% sulla vita sessuale.

Per quanto riguarda il numero dei figli desiderato, in Italia, dove da vari anni la fecondità è tra le più basse al mondo, il numero medio di figli desiderato è pari a 2,1 molto più alto degli attuali livelli di fecondità (1,3 figli per donna1) e non varia molto tra le diverse zone del Paese. Una persona su quattro ha dichiarato di aver intenzione di avere un figlio nei tre anni successivi all’intervista. Inoltre davanti alla prospettiva di avere un figlio nei tre anni successivi all’intervista, un’elevata percentuale di persone in coppia ipotizza un peggioramento sia della situazione economica (51,1%), sia della possibilità di fare ciò che si vuole (46%), nonché delle proprie opportunità di lavoro (34,5%).

 

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