SOCIETA’. Istat: ancora stabile la povertà per 7 milioni di italiani

Sebbene il livello di povertà italiano si mantenga alquanto stabilerispetto all’anno scorso, questo fenomeno prosegue a "caratterizzarsi non solo per la sua diffusione ma anche per la sua gravità." E’ quanto afferma l’Istat in merito ai dati che l’istituto ha oggi presentato sulla povertà relativa in Italia nel 2006. Risultano essere 7 milioni gli italiani (pari al 12,9% della popolazione) che nel 2006 vivono ancora al di sotto della soglia di povertà, individuata dall’istituto in una spesa media mensile di 970,34 euro per persona.

Negli ultimi quattro anni la povertàrelativa è rimasta sostanzialmente stabile così come sostanzialmente immutati sono i tratti peculiari delle famiglie in condizione di povertà.
La soglia di povertà relativa viene calcolata dall’istituto sulla base della spesa familiare rilevata dall’indagine annuale sui consumi e viene condotta su un campione di circa 28 mila famiglie, estratte casualmente dalle liste anagrafiche in modo da rappresentare il totale delle famiglie residenti in Italia.

Il fenomeno risulta essere decisamente più rilevante nel Mezzogiorno, dove la quota delle famiglie povere è quasi 5 volte superiore a quella osservata nel resto del Paese. In particolare, Calabria e Sicilia sono le regioni con la percentuale di incidenza maggiore: rispettivamente il 28% e il 27%. Anche le famiglie con componenti anziani continuano a mostrare valori di incidenza superiori alla media.

La povertà risulta, in ultima analisi,rimanere sempre ancorata a bassi livelli di istruzione e a scarsi profili professionali con purtroppo conseguente l’esclusione dal mercato del lavoro. Come spiega l’Istat il basso livello di istruzione è, infatti, spesso associato alla difficoltà a trovare un’occupazione o un’occupazione qualificata: se a capo della famiglia c’è una persona in cerca di lavoro l’incidenza di povertà raggiunge il 28,2% (38,2% nel Mezzogiorno), valore pari al doppio rispetto a quello osservato nel caso in cui la persona di riferimento è ritirata dal lavoro e di oltre tre volte superiore a quello osservato tra le famiglie di occupati (8,8%)

 

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