SOCIETA’. L’Europa vuole più donne nei CDA delle imprese

Nei consigli di amministrazione delle maggiori imprese europee soltanto un membro su 10 è donna; nel 97% dei casi l’amministratore delegato è uomo. Naturalmente i numeri variano da un Paese all’altro: si va dal 26% di leadership al femminile in Svezia e in Finlandia al 2% di Malta. Nonostante la lentezza con la quale si cerca di raggiungere un equilibrio ragionevole su scala europea (40% di rappresentanti dei due sessi), alcuni Paesi stanno facendo progressi: la Finlandia, la Svezia, i Paesi Bassi e la Danimarca hanno adottato codici di governance per le imprese o carte che hanno permesso a un maggior numero di donne di entrare nei consigli di amministrazione. La Norvegia ha già introdotto una legislazione sulle quote "rosa" e lo stesso si accingono a fare la Francia e la Spagna, mentre se ne discute nei Paesi Bassi, in Italia e in Belgio.

Nel nostro Paese è attualmente in discussione una proposta di legge bipartisan che chiede di assegnare alle donne il 30% dei componenti dei CDA delle società quotate.

Le imprese europee restano comunque ancora troppo maschili, sebbene secondo alcuni studi, le imprese con una maggiore presenza femminile ai vertici raggiungono risultati migliori di quelle dirette esclusivamente da uomini. Il rapporto della Commissione Europea sulla parità di genere nel 2010 sottolinea che, nonostante la generale tendenza positiva, i progressi restano assai lenti il divario tra il tasso di occupazione femminile e maschile nell’UE si è ridotto nel 2009-2010 passando dal 13,3% al 12,9%, con un tasso di occupazione femminile oggi pari al 62,5%. Fuori dal mercato del lavoro sono sempre le donne a farsi carico delle responsabilità familiari. Il numero di madri che hanno un posto di lavoro è dell’11,5% inferiore a quello delle donne senza figli, mentre nel caso dei padri la situazione è rovesciata, con un numero di padri con un posto di lavoro dell’8,5% più alto di quello dei maschi senza figli. Conciliare le esigenze del lavoro, della sfera familiare e della vita privata è una delle cause principali del divario di retribuzione tra i generi: nell’Unione europea le donne guadagnano in media il 17,5% in meno degli uomini e negli ultimi anni questo divario non si è affatto ridotto.

Oggi la Vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding ha incontrato gli amministratori delegati e i membri dei CDA di imprese quotate in borsa di 10 Paesi europei, per discutere questo tema. Si esaminerà come sia possibile accrescere la presenza femminile ai posti di comando e se, per ottenere rapidamente mutamenti concreti, sia meglio l’autoregolamentazione o la regolamentazione. Il tema è stato affrontato per la prima volta nel settembre 2010, quando la Commissione europea, facendo seguito a una proposta della Vicepresidente Reding, ha affermato nella Strategia per la parità tra donne e uomini che intendeva "esaminare iniziative mirate al miglioramento della parità di genere nei processi decisionali."

Nei prossimi 12 mesi la Commissione Europea farà un monitoraggio serrato dei progressi compiuti e valuterà in seguito se siano necessarie altre misure. "Voglio lanciare un segnale chiaro alle imprese europee: l’impresa è donna – ha affermato Reding – Per rilanciare l’economia europea dobbiamo sfruttare tutti i talenti che la nostra società racchiude. Per questo è tanto importante il dialogo tra la Commissione e le parti sociali. Sono convinta che un’autoregolamentazione credibile ed effettiva in tutta Europa possa davvero fare la differenza, ma mi riprometto di ritornare su questo tema tra un anno: se l’autoregolamentazione dovesse fallire, sono pronta ad avviare nuove azioni a livello dell’Unione".

Rapporto UE sulla parità di genere e sulla leadership nelle imprese

 

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