SOCIETA’. Lavoratori precari con poche prospettive di carriera. Indagine Ires-Cgil

Due collaboratori su tre lavorano nella stessa azienda da oltre due anni, hanno orari settimanali «lunghi» ma sono scoraggiati sulla possibilità di fare carriera restando nella stessa impresa: in una ricerca sul lavoro parasubordinato in Italia commissionata dal Nidil-Cgil e realizzata dall’Ires emerge un quadro di precarietà e scarse prospettive.

Dalle 560 interviste ai lavoratori cosiddetti atipici emerge una situazione prevalente di dipendenza, almeno economica, dal proprio committente visto che le persone che lavorano per una sola azienda sono l’80% del campione. La maggior parte lavora all’interno dell’impresa, per lo più con una presenza quotidiana, con un orario di lavoro fisso e con margini di autonomia decisionale scarsi (solo il 26,3% del campione dichiara di averne mentre il 40,3% ha margini di scelta solo operativi, il 18,4% lavora in completa autonomia e il 15,1% dichiara di non avere nessuna autonomia).

Il 50% del campione lavora più di 38 ore a settimana. Il 31% del totale prende meno di 800 euro al mese e se si aggiungono a questi il 26% che guadagna tra 800 e 1.000 euro si vede che oltre la metà dei collaboratori sta stabilmente sotto i 1.000 euro al mese. Tra i lavoratori part time, spiega la ricerca, spesso ci sono i lavoratori come quelli delle pulizie, del commercio e dei call center dove l’orario ridotto più che scelto è imposto dal mercato. L’indagine dell’Ires sottolinea come i collaboratori intervistati siano per lo più trentenni che svolgono da tempo la loro professione. Solo il 34,6% del campione lavora nella stessa azienda da meno di un anno mentre il 65,4% lavora nello stesso posto da più di due anni (il 31,9% da più di quattro).

Spesso questi lavoratori hanno a che fare con più rinnovi contrattuali e circa la metà degli intervistati ha dichiarato di essere alla ricerca di un nuovo lavoro mentre solo una piccola parte è convinta di avere prospettive di carriera nell’azienda attuale. Solo il 17% del campione pensa di avere buone prospettive nell’attuale luogo di lavoro mentre il 44,3% ritiene di avere buone prospettive ma solo cambiando azienda. Il 38,7% è totalmente scoraggiato e non pensa di avere nessuna possibilità di carriera. Questa sfiducia è abbastanza indipendente dal livello di istruzione: il 39% degli intervistati con la laurea ha dichiarato di pensare di non avere alcuna prospettiva di carriera. La percentuale scende al 27,6% solo con la specializzazione post laurea. Solo il 15% del campione si considera un libero professionista vero e proprio, mentre il resto degli intervistati pensa che il proprio lavoro sia da considerare a tutti gli effetti lavoro dipendente. L’atteggiamento prevalente è quello di chi vorrebbe prima di ogni altra cosa essere assunto anche a costo di rinunciare a ogni aspetto della condizione attuale (37%). Dall’altra parte c’è il 28% degli intervistati che non cambierebbe professione pur di essere assunto. Infine la maggioranza dei collaboratori non scambierebbe la temporaneità del rapporto di lavoro con salari più alti: il 66% infatti dichiara di aspirare prima di tutto a una maggiore sicurezza per il futuro (il 70% tra le donne, il 76% tra chi ha più di 35 anni).

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