SOCIETA’. Pari opportunità, Italia Lavoro stila mappa delle differenze di genere

L’indice di pari opportunità, costruito dall’Ufficio studi di Italia Lavoro, parla chiaro: la differenza di genere passa anche per il mercato del lavoro, anzi, per i mercati del lavoro, in particolare quelli provinciali, analizzati attraverso l’incrocio di diverse variabili: tasso di attività, di occupazione, di inattività, livelli retributivi, inquadramento, tipologia di contratto, ammortizzatori sociali, presenza di manodopera femminile nelle imprese.

L’indice individua 5 gruppi di mercati provinciali del lavoro: discriminatori, dispari, "in via di sviluppo", paritari, virtuosi. La categorizzazione conferma l’immagine di un Paese diviso in due, con accenti tuttavia variabili, in particolare a Centro-Nord. Il mercato del lavoro della provincia di Trieste risulta il più virtuoso, con alti tassi di inserimento lavorativo, ma anche di erogazione di ammortizzatori sociali. Foggia è la più discriminatoria, con un mercato del lavoro che esclude invece di includere, dove l’inattività delle donne è più pronunciata, le imprese sono meno ricettive nei confronti della manodopera femminile e anche il sistema previdenziale è meno propenso
a tutelare questa componente.

Tra le donne che non partecipano al mercato del lavoro, è forte, in tutte le zone d’Italia, il rischio di inattività. In altre parole, alto è il numero di donne non solo disoccupate, ma che hanno rinunciato per vari motivi a cercare lavoro. Tra le ragioni di questo fenomeno, ha un’incidenza molto forte, specie tra le donne del Sud di età compresa fra i 35 e i 54 anni (cioè la componente che dovrebbe essere maggiormente ‘socializzata’ al lavoro), lo ‘scoraggiamento’: non si cerca lavoro perché si presume che non lo si troverà.

Un fenomeno grave, se si pensa che il tasso di occupazione è più alto dove è più alto il tasso di occupazione femminile. Una componente che, peraltro, è più istruita (l’11,2% delle donne si laurea, contro il 10,1% degli uomini), e che tuttavia solo in minima parte accede a posizioni di tipo dirigenziale (le donne dirigenti sono solo il 25% del totale) e rappresenta la quasi totalità dei lavoratori che fanno ricorso al part-time, soprattutto per esigenze di tipo familiare; confermando, in quest’ultimo caso, che in Italia il lavoro di cura, all’alba del Terzo millennio, è ancora tutto femminile.

 

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