SOCIETA’. Quando la coppia scoppia. Fotografia Istat sulla conflittualità coniugale in Italia

Lasciamoci sì, ma in modo civile. Il fenomeno della rottura matrimoniale in Italia è una realtà molto frequente, ma sembra che i coniugi preferiscano vie poco traumatiche. L’85,5% dei divorzi e il 77,6% delle separazioni avviene con procedimento consensuale. Lo rivela l’Istat in uno studio condotto sul periodo 2000-2005. La conflittualità maggiore si riscontra nei matrimoni di lunga data ed in quelli formati da coppie miste (un cittadino italiano ed uno straniero). Famiglie in crisi soprattutto al Nord ed al Centro, meno nel Meridione. Le cause di tale disomogeneità territoriale sono molteplici: occupazione femminile, diversa incidenza dei valori religiosi, importanza dell’indissolubilità del sacramento (nel Sud). Il titolo di studio e la situazione lavorativa sembrano ancora incidere sul fenomeno: più propensi ad interrompere il rapporto sono soprattutto i laureati e i diplomati.

Per ridurre le difficoltà connesse alla rottura matrimoniale, i coniugi preferiscono rivolgersi ad un legale. Ciò anche nel caso di interruzione consensuale. Tale modalità di separazione o divorzio è la più diffusa anche per il minor costo economico, salva poi la possibilità di riattivare il contenzioso in sede di revisione delle condizioni precedentemente fissate. Ma chi prende l’iniziativa? Nelle separazioni si conferma la donna (71,1% dei casi aperti in modo contenzioso), mentre nei divorzi sono in prevalenza gli uomini (56,3%). Tali differenze si stanno tuttavia riducendo, anche in virtù della maggior indipendenza femminile. La presenza di figli pare non indicidere sul procedimento intrapreso (consensuale o giudiziale).

Evoluzione nel tempo. "Per quanto riguarda le separazioni, – rileva l’Istat – in Italia la diffusione è stata alquanto lenta; l’incremento del tasso di separazione totale è stato contenuto sia negli anni settanta che negli anni ottanta (in cui si assiste piuttosto ad una stagnazione), proprio quando nella maggior parte dei paesi occidentali è avvenuto il boom della diffusione delle rotture coniugali. A partire dagli anni novanta la curva è iniziata a salire più rapidamente, in particolare dal 1996 in poi. La salita della curva è stata meno ripida tra il 2003 e il 2004, e nel 2005 si è registrato un lieve calo rispetto all’annata precedente".

Non sempre chi si separa poi prosegue con il divorzio. Su 10 separazioni sentenziate nel 1995, solo 4 hanno condotto alla dichiarazione divorzile (pur non sfociando in una riconciliazione). "Se, però, – precisa l’Istituto di statistica – si decide di passare dallo stato di separato a quello di divorziato, nella maggior parte dei casi lo si fa nei tempi minimi previsti dalla legge: nel 47,5 per cento dei divorzi concessi nel 2005 l’intervallo di tempo intercorso tra la separazione legale e la successiva domanda di divorzio è stato di tre anni, e di quattro anni nel 16,3 per cento dei casi".

Il fattore età sembra incidere sempre meno nell’instabilità coniugale, nel senso che la popolazione di separati sta progressivamente invecchiando, sia perchè ci si sposa più tardi, sia perchè anche i più "grandi" ricorrono a tale istituto giuridico. Il titolo di studio ha tuttora il suo peso, anche se in forma minore rispetto al passato. Negli anni ’80 chi separava era soprattutto laureato, nel biennio 2004-2005 è in prevalenza diplomato. Chi ha licenza media inferiore e licenza elementare resta a tutt’oggi in minoranza. Una particolarità: il quoziente di separazione è più elevato nelle coppie in cui la moglie è più istruita del marito, diminuisce se i coniugi hanno lo stesso titolo di studio ed è più basso in assoluto nel caso sia il marito ad essere più istruito della moglie. Sul fronte lavoro, l’instabilità occupazionale è spesso sinonimo di instabilità affettiva. Le coppie che si separano sono più numerose nel caso di disoccupazione di entrambi i coniugi, o se la moglie lavora ed il marito non ha un impiego.

Comments are closed.