SOCIETA’. Referendum acqua: le ragioni del no

Sono state un milione 400 mila le firme raccolte dal Comitato promotore dei referendum per l’acqua pubblica. Si voterà il 12 e 13 giugno nella speranza di raggiungere il quorum necessario. Ma c’è anche chi dice no: è il Comitato nazionale per il no al referendum sui servizi pubblici locali e la tariffa dell’acqua, che denuncia come di "chiara matrice ideologica" l’approccio dei referendari, tiene a precisare che "l’acqua è un bene pubblico non alienabile" e che "la rete italiana perde fino al 60% delle risorse idriche, per ammodernarla occorre favorire l’ingresso di soggetti privati di adeguate dimensioni finanziarie e manageriali". Il Comitato fa riferimento anche a una ricerca del Censis dalla quale emerge la necessità di una riforma del sistema idrico nazionale. Per ascoltare la voce del no abbiamo parlato con il presidente del Comitato – che di recente ha lanciato online il proprio sito internet – Walter Mazzitti.

Perché dite no al quesito referendario sull’acqua pubblica?

Per cercare di impedire l’abrogazione della legge, la riforma introdotta dall’articolo 23 bis, il che significherebbe perdere una grandissima occasione dal punto di vista economico e dell’ammodernamento dei servizi per il cittadino utente. Non parliamo infatti solo di acqua, e l’informazione è stata poco attenta: il primo quesito non riguarda solo ed esclusivamente l’acqua ma anche altri servizi pubblici locali come il ciclo dei rifiuti e il trasporto pubblico locale. Sono tre servizi fondamentali per il cittadino utente e fanno parte di una grande riforma che mira a migliorare le cose nel nostro paese, visto che i nostri servizi a livello qualitativo sono fra gli ultimi posti in Europa. Se dovesse passare il sì, questo significherebbe tornare indietro di 20 anni e poi chissà, ricominciare da capo.

La rete nazionale idrica perde quasi la metà dell’acqua distribuita e servono oltre 60 miliardi di euro per investimenti in infrastrutture. Chi garantisce che una gestione privata saprà risolvere questo problema e non si limiterà ad aumentare le tariffe?

Non sarà una gestione privata. La legge di riforma prevede solo l’immissione di una quota di aziende private all’interno della gestione pubblica. Non c’è alcuna forma di privatizzazione, come genericamente viene detto. Stiamo parlando di 66 società pubbliche che dovranno fare una gara per individuare una società privata, che dovrà far parte della società nella misura del 40%: diventeranno una società mista in cui il 60% è detenuto dalla parte pubblica e il 40% dalla parte privata. Stiamo parlando di società pubbliche che hanno avuto l’affidamento della gestione senza mai aver fatto una gara. L’imposizione non è legata alla volontà assoluta di far entrare una quota privato nel pubblico. Oggi, proprio perché c’è bisogno di fare investimenti per 65 miliardi di euro, abbiamo bisogno di immissione nel mercato di una quota di privato che sia dotato finanziariamente oltre che dal punto di vista tecnico e manageriale. Oggi abbiamo in Europa la maglia nera per le perdite dell’acqua, con una perdita economica di 2 miliardi 500 milioni l’anno. E non a caso ci sono tanti cittadini che non ricevono quotidianamente l’acqua a casa. Il 30% delle famiglie italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, soffre di questo problema. E il nostro paese deve ancora dotarsi di impianti di depurazione nella misura del 30%. Abbiamo ricevuto dall’Unione europea l’apertura di una infrazione comunitaria perché dal 1998 siamo inadempienti nei confronti della Ue, perché non realizziamo impianti di depurazione. Tutto questo è responsabilità esclusiva del sistema pubblico.

Chi garantisce che questa forma di gestione permetterà la garanzia del servizio universale e quindi di portare l’acqua dove non conviene economicamente fare interventi infrastrutturali, nei piccoli paesi o dove ci sono troppi investimenti da fare?

Già la domanda è rappresentativa di una gravissima carenza provocata dal pubblico. Si vuole continuare con il pubblico ma si è pienamente consapevoli di questa situazione. I piani di intervento sul territorio non li decide il privato, ma vengono fatti attraverso gare direttamente dalle autorità pubbliche, cioè dagli enti comunali, riuniti in un ente di ambito. Poi mettono a gara il piano di intervento e viene selezionato dall’autorità pubblica il piano migliore. La tariffa è una componente del progetto, è determinata dall’autorità pubblica e controllata dall’autorità pubblica. Il privato non ha alcuna possibilità di intervento sulla tariffa. E la tariffa è fatta sulla base di un sistema nazionale – che fra l’altro ho elaborato io nel 1996 quando ero presidente dell’Autorità di vigilanza sull’acqua in Italia – che tutela la capacità di sopportazione del cittadino. Questo metodo tariffario permette aumenti della tariffa di un massimo del 5% annuo calcolato sullo sviluppo degli investimenti. Gli allarmismi provocati dai referendari sono falsi. Le tariffa dell’acqua è tenuta in considerazione residuale, l’acqua purtroppo non ha mai avuto considerazione importante nel nostro paese e il cittadino non si è mai interessato ai problemi della gestione dell’acqua. Oggi all’improvviso i referendari hanno lanciato appelli dicendo che si vuole vendere l’acqua ai privati: cosa falsa, perché l’acqua è un bene pubblico che appartiene allo Stato. Così come le infrastrutture idriche sono del demanio dello Stato. Non esiste privatizzazione ma si tratta di immissione limitata di società privata nella misura del 40% in società pubbliche, che rimangono a prevalente capitale pubblico.

E le tariffe?

Le nostre tariffe sono le più basse d’Europa in assoluto. A Milano la tariffa è di 50 centesimi per metro cubo di acqua potabile, a Roma è di 90 centesimi. A Berlino i cittadini pagano 5 euro e 50 centesimi, a Copenaghen 6 euro e 10 centesimi. Noi partiamo da tariffe molto basse che resteranno basse anche nei prossimi 10 anni. Sulla base degli aumenti previsti, la tariffa media sull’acqua in Italia potrà al massimo arrivare nel 2020 a 1 euro e 60 centesimi. Mentre le tariffe europee probabilmente saranno raddoppiate.

Voi fate riferimento all’ingerenza della politica nella gestione pubblica dell’acqua. Questo cambierebbe?

Dovrebbe certamente cambiare, perché quando una società pubblica è emanazione di un ente locale, apparentemente è un soggetto pubblico ma si muove con regole privatistiche. I consigli di amministrazione sono nominati da soggetti pubblici e si tratta nella maggioranza dei casi di persone, come politici senza ruolo o riciclati, che non hanno nulla a che vedere con l’acqua. Il personale viene assunto senza concorso. Oggi abbiamo una marea di personale in eccedenza in queste società, spese di rappresentanza, consulenze e via dicendo. Questa è la grande casta dell’acqua che vuole mantenere le cose come stanno. Il privato vorrà gestire in maniera industriale, il che significa una limitazione alla possibilità per le società pubbliche di mantenere i privilegi. Questo andrà a vantaggio della gestione e quindi del cittadino.

Nei giorni scorsi è stata annunciata l’Agenzia dell’acqua. Secondo lei sarà davvero indipendente?

La legge stabilisce che l’istituzione è svincolata dal potere politico ed è terza rispetto agli altri, e questo è stato stabilito per legge. Dobbiamo essere felici del fatto che finalmente esista un’Autorità sull’acqua che sarà prima di tutto organo istituzionale di riferimento del cittadino. La prima missione dell’Autorità è di tutelare gli interessi del cittadino utente. Poi svolgerà il ruolo di arbitro, e controllerà che la tariffa fatta dall’ente pubblico venga correttamente applicata. Oggi siamo chiamati a decidere sì o no a questo referendum senza sapere che sarà di portata epocale, perché stiamo parlando di una legge che nessuno conosce e che riguarda tutti i servizi pubblici locali. Ci facciamo prendere invece dagli slogan e da segnali che colpiscono l’emotività. Abbiamo deciso di fare questo Comitato esclusivamente per cercare di fare chiarezza e dire ai cittadini che non si può decidere sulla base degli slogan.

I referendari hanno interpretato l’istituzione di questa Autorità come volontà di frenare il referendum e hanno denunciato come l’informazione sia sostanzialmente assente dai canali pubblici.

Anche questo è falso. Questa norma arriva in un momento di lungo dibattito. La norma istitutiva di un’Autorità nazionale è molto attesa e il decreto legge non potrà essere convertito prima del referendum. Può avere un’influenza nel dibattito: oggi possiamo dire che è una ulteriore garanzia per il cittadino.

Cosa succede se vince il sì al referendum?
Se vince il sì succede quello che le ho detto prima: siamo convinti che i cittadini, senza rendersene conto, rischiano di azzerare una grande riforma epocale per i servizi pubblici locali e in loro favore. E la situazione dei nostri servizi continuerà ad aggravarsi perché i buchi della rete non si riparano da soli. Se la riforma non verrà attuata saranno ancora una volta i cittadini a pagarne le conseguenze.

di Sabrina Bergamini

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