SOCIETA’. Referendum acqua, le ragioni del sì

È un movimento che si è esteso e ha acquistato una forza senza precedenti, raccogliendo un milione e 400 mila firme in difesa della gestione pubblica dell’acqua. E promette di rimanere attivo e vigile comunque vada il referendum sull’acqua, in calendario il 12 e 13 giugno prossimo. Le iniziative per il sì si stanno moltiplicando da tempo e i promotori della consultazione non fanno sconti: "non sono assolutamente i privati a poter garantire gli investimenti". Per ascoltare la voce del sì abbiamo parlato con Simona Savini, esponente del Comitato promotore 2 sì per l’acqua bene comune.

Siete i promotori del referendum: perché dire sì al referendum sull’acqua?

Perché l’attuale privatizzazione del servizio idrico, in corso già da 15 anni, non ha portato affatto ai risultati sperati laddove i privati hanno avuto spazio nella gestione del servizio idrico. Pensiamo che obbligare a mettere sul mercato le quote delle società che gestiscono il servizio significa continuare su una strada che non ha portato buoni frutti né per la qualità del servizio né per le tariffe. Pensiamo anzi che bisogna andare verso un altro tipo di gestione.

La rete nazionale idrica perde quasi la metà dell’acqua ed è stato stimato che servono oltre 60 miliardi di euro in investimenti infrastrutturali. Secondo voi, senza i privati si può intervenire? E come?

È appunto per quello che bisogna votare sì. Si è aperto ai privati già negli anni Novanta, sperando in capitali che potessero essere investiti sulle reti idriche. Questi investimenti non ci sono stati e non ci saranno con l’ulteriore privatizzazione. Tutto il costo della gestione del servizio, compresi gli investimenti, è scaricato in bolletta. Quindi i privati non portano capitali. È sempre il cittadino che attraverso il costo della bolletta ripaga il privato degli investimenti eventualmente fatti. E al costo dell’investimento si aggiunge il 7% di remunerazione del capitale, ovvero il profitto da garantire al privato perché sia interessato alla gestione di una merce, quale verrebbe ridotta l’acqua. Non sono assolutamente i privati a poter garantire gli investimenti, perché non l’hanno fatto fino ad ora, e perché, come è ovvio che sia, una società che ha l’obiettivo di fare profitto lo ottiene riducendo i costi, aumentando le entrate, e non aumentando gli investimenti.

La gestione pubblica dell’acqua è in grado di affrontare i problemi del servizio universale senza caricare troppo le tariffe per i cittadini, ad esempio portare l’acqua nei piccoli paesi e dove ci sono ancora lacune?

Proprio il servizio pubblico è in grado di fare tutto questo. Il privato, laddove un investimento è in perdita, non lo fa. Basti pensare alle isole pontine, Ponza e Ventotene: Acqualatina non ha fornito il servizio, che è stato invece ricoperto e risarcito dalla Regione Lazio. Cioè dal pubblico. È proprio nel servizio, che va fornito a prescindere dal ritorno economico, che il pubblico deve avere un ruolo importante. Questo non può essere lasciato al privato il quale, giustamente, interviene solo dove ha un ritorno economico.

Il Comitato del no dice che la legge prevede solo l’immissione limitata al 40% dei privati nelle nuove società, che le tariffe italiane sono le più basse d’Europa, che se vince il sì si rischia di tornare indietro perché i servizi sarebbero gestiti con la forte ingerenza della politica. Dice sostanzialmente che c’è un dibattito ideologizzato con poca informazione.

Il 40% è in realtà il limito minimo, si dice che i privati debbono avere almeno il 40%. La questione dell’ingerenza politica fa sorridere: non si torna indietro, perché la privatizzazione in Italia è partita 15 anni fa. Mi viene poi da chiedere: se si lascia la gestione del servizio ai privati, di chi è l’ingerenza? I consigli comunali sono eletti proprio per gestire al meglio i servizi da fornire ai cittadini. I privati, come le multinazionali che stanno pressando per spartirsi il servizio idrico in Italia, da chi sono stati eletti e che ingerenze portano nel servizio se non l’interesse a fare profitti? Noi ci basiamo su dati di fatto: l’ingresso dei privati finora non ha portato capitali per investire e migliorare il servizio idrico e ha portato invece a un aumento delle tariffe. Nella gestione privata non c’è controllo dei cittadini perché non c’è né voto né democrazia.

E il fatto che le tariffe siano le più basse d’Europa?

Questo probabilmente è vero, come è vero che i salari italiani sono i più bassi d’Europa. È un paragone che andrebbe fatto riportandolo in scala su quanto guadagna il cittadino italiano, sul tasso di disoccupazione e sul costo della vita in Italia. Anche questo mi sembra un argomento demagogico. Ma attenzione, l’obiettivo di questo referendum non è pagare meno l’acqua. Ci preme che l’acqua abbia un costo accessibile a tutti: non pagare meno ma garantire il servizio anche alle fasce svantaggiate che non possono permetterselo. Non è una questione di tariffe. È questione di come si usano i soldi delle tariffe e come fare per garantire gli investimenti delle reti idriche e un servizio di qualità.

L’Agenzia dell’acqua sarà davvero indipendente? Come avete accolto il provvedimento del Consiglio dei ministri?

Come un tentativo in extremis di depotenziare il referendum sull’acqua, che sta raccogliendo invece un grande consenso. L’Agenzia serve per regolare la concorrenza in ambito di mercato. Nel caso del servizio idrico, che è un monopolio naturale, le regole della concorrenza e del mercato vengono meno. L’Autorità è uno strumento inadeguato per poter garantire la corretta gestione del servizio. L’altra cosa che ci lascia interdetti è l’indipendenza dell’Autorità: che tipo di indipendenza ha, che non possa essere affidata a un ente pubblico eletto dai cittadini? Non si capisce perché la gestione pubblica non possa essere indipendente mentre può esserlo un’Autorità.

Che succede se vince il no al referendum?

Il movimento messo in campo per l’acqua ha una forza politica che non potrà essere ignorata da nessuno. È un movimento senza precedenti per la sua capillarità, per la sua forza e la sua indipendenza dalle forze partitiche. È sicuramente un’onda che non si fermerà, né in caso di vittoria del sì né in caso di non raggiungimento del quorum. Anche in caso di vittoria del sì il movimento rimane in campo, perché siamo convinti che la gestione pubblica è condizione necessaria ma non sufficiente. Sono i cittadini che devono essere autorità di garanzia e rimanere sul territorio a presidiare come vengono affrontate le questioni relative alle gestione del servizio. Il movimento non si ferma e chiunque dovrà fare i conti con le istanze politiche messe in campo.

di Sabrina Bergamini

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