SOCIETA’. Trentamila utenti in 6 mesi per i Centri d’ascolto Caritas

Aiuto economico, lavoro, casa: sono queste le tre richieste più frequenti che gli utenti dei Centri d’ascolto della Caritas rivolgono agli operatori. Trentamila utenti, complessivamente, dei quali un terzo italiani, che in 6 mesi hanno fatto ricorso al sostegno dei volontari di 266 Centri della ‘Rete’ Caritas, presenti in 134 diocesi. Ai quali è capitato un ‘guaio’ – di salute, lavorativo o familiare – che li ha fatti precipitare in povertà. Eventi della vita, non straordinari, che diventano un dramma se non sei benestante. Lo racconta il Rapporto Povertà ed esclusione, realizzato da Caritas italiana e Fondazione Cancan, del quale sono state diffuse oggi le prime anticipazioni. I ‘poveri’ italiani sono almeno 7,6 milioni; un Paese, il nostro, nel quale il reddito non è distribuito in maniera omogenea, ma tende a concentrarsi "ai vertici" mentre "è diluito alla base". "Il 13,1% degli italiani – dice don Vittorio Nozza, direttore di Caritas italiana – vive in condizioni di povertà: l’Italia non è il posto dell’uguaglianza. Qui più che in altri Paesi il desiderio di fare il ‘salto sociale’ è più difficile da realizzare". Un disagio che, secondo i dati, si concentra soprattutto al Sud del Paese dove si colloca il 39% delle famiglie con reddito basso a fronte del 12% che invece vive al Nord.
Ecco perché l’Italia appare un "paese vulnerabile: i conti pubblici, un’imbarazzante divergenza tra nord e sud, la carenza di innovazione".

"Il welfare – dice ancora Nozza – dovrebbe essere considerato un fattore di sviluppo e non un costo". Caritas e Fondazione Cancan propongono un"piano nazionale di lotta alla povertà": Occorre investire subito nel Mezzogiorno in servizi pubblici essenziali e, su tutto il territorio, approntare un piano di definizione dei livelli essenziali di prestazioni. "Alla base di queste scelte – fa però notare Nozza – si trova l’esigenza di una rinnovata tensione morale, verso le questioni sociali".

Secondo il Rapporto, su 44,5 mld di euro dedicati all’assistenza sociale (pari ad un quarto del Pil), la maggior parte dei fondi fa alle pensioni (56,1%) e alla sanità (25,4%): "Gran parte delle risorse – spiega Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan – vanno all’ultima fase della vita e molto meno alle prima e al sostengo delle responsabilità familiari". Alla spesa sociale vera e propria é destinato soltanto il 3% del Pil. C’é poi il problema della responsabilità della spesa, tra stato ed enti locali. Il piano, quindi, secondo gli estensori del Rapporto, dovrebbe riequilibrare spese e responsabilità, con un passaggio dai "trasferimenti monetari diretti ai servizi" e con una "gestione che da centrale deve passare a decentrata".

 

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