SOCIETÁ. Focus sui lavoratori italiani: presentata ricerca IRES (1)

I lavoratori italiani guadagnano in media 1300 euro al mese. Chiedono la crescita delle retribuzioni e maggiore stabilità e sicurezza. Non solo pregiudizialmente ostili alla flessibilità se questa è accompagnata da diritti e tutele e se riguarda una fase transitoria della propria vita. Ma allo stesso tempo sono pessimisti verso il futuro: il 60% dei lavoratori immagina infatti la propria condizione futura peggiore o uguale a quella dei propri genitori. Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca "L’Italia del lavoro oggi. Condizioni e aspettative dei lavoratori", diretta e coordinata dall’IRES e realizzata in concomitanza con il centenario della CGIL. La ricerca si basa su un campione di 6.015 lavoratori dipendenti e lavoratori con contratti di lavoro atipico ed è stata presentata oggi a Roma.

SALARI. Ben il 68,6% dei lavoratori intervistati guadagna al massimo 1.300 euro netti mensili, con una quota pari al 35% che guadagna meno di 1.000 euro al mese, mentre soltanto una ristretta minoranza (il 16%) percepisce un guadagno netto superiore ai 1.500 euro. Le donne guadagnano tendenzialmente meno degli uomini, concentrandosi prevalentemente nelle fasce di guadagno netto inferiori: con meno di 1.000 euro c’è infatti il 48,9% delle donne contro il 26,8% degli uomini. Gli uomini superano nettamente le donne nelle classi di guadagno netto mensile più elevato (oltre i 1.500 euro), dove si colloca il 20,3% degli uomini contro l’8,5% delle donne. A parità di orario di lavoro svolto – rileva dunque la ricerca – resta un significativo differenziale fra salari maschili e femminili. Fra coloro i quali lavorano da un minimo di 18 ore ad un massimo di 24 ore, tra gli uomini è il 53% a guadagnare meno di 1000 euro rispetto a ben il 71,6% delle donne, così come tra quanti lavorano secondo orari molto lunghi (oltre le 40 ore), tra gli uomini il 31% raggiunge un salario superiore ai 1500 euro rispetto al modesto 19% delle lavoratrici. E c’è un dato rilevante: un 30% circa di lavoratori ad elevata professionalità percepisce un salario inferiore ai 1000 euro mensili. Di conseguenza, la maggior parte dei lavoratori ( 57,7%) dichiara di riuscire a stento, se non per niente, a garantire condizioni materiali di base per se stessi e per le persone a proprio carico; tra i lavoratori non standard questa condizione riguarda quasi il 70% dei casi. E sono soprattutto i giovani ad avere le maggiori difficoltà. D’altra parte – rileva la ricerca – è proprio fra di loro che si concentrano i lavoratori atipici. Il benessere delle famiglie è legato inoltre alla capacità che tutti i membri della famiglia siano attivi e percepiscano un reddito da lavoro: soltanto il 29,5% ha un nucleo familiare composto da un solo reddito.

MOBILITÁ. E’ soprattutto per le nuove generazioni di lavoratori – afferma la ricerca dell’IRES – che sembra tramontata la "carriera unica". È proprio tra i più giovani che si registra una maggiore mobilità tra un’occupazione e l’altra: il 24% dei lavoratori di età compresa tra i 25-34 anni ha cambiato da tre a cinque lavori prima di quello attuale (nel campione questa quota è più bassa: 20,7%), e addirittura il 9,9% ha cambiato più di cinque lavori. Anche tra coloro che hanno dai 35 ai 44 anni una quota rilevante ha cambiato da tre a cinque lavori prima di quello attuale (22,4%) o almeno due (23,3%). I più "anziani", invece, si contraddistinguono per una maggiore staticità lavorativa. L’alta mobilità (con l’interrogativo posto dalla ricerca: si tratta di mobilità o instabilità?) non sempre significa precarietà: una maggiore mobilità è prevalente nelle aree più dinamiche del Paese, mentre si registra una maggiore staticità dei percorsi lavorativi nelle aree del Mezzogiorno. Nel Mezzogiorno c’è la maggior quota di lavoratori che svolgono più di un lavoro: fra gli intervistati questo sembra configurarsi, in ogni caso, come una risposta alla insicurezza della propria condizione lavorativa. Fra questi ultimi sono infatti decisamente prevalenti i lavoratori non standard e i "doppi lavoratori" guadagnano in media meno degli altri.

COMPETENZE E ORARI. Solo nel 25,6% dei casi la formazione scolastica è ritenuta molto utile nello svolgimento del proprio lavoro, mentre per circa il 44% dei lavoratori la formazione scolastica non è importante, sia perché si svolge un lavoro dequalificato sia perché si svolge un lavoro non coerente con il tipo di formazione. E il 36,9% dei lavoratori svolge un lavoro di basso profilo mentre solo una minoranza vede riconosciute le proprie competenze professionali. La ricerca dell’IRES evidenzia che oltre il 60% dei lavoratori dipendenti italiani lavora di fatto oltre le 40 ore e ben il 22% di questi ultimi lavora anche oltre le 45 ore settimanali. Il 73% dei lavoratori italiani impegnati nel settore privato dell’economia lavora in media dalle 40 ore in su. Nel settore pubblico la maggioranza dei lavoratori (55%) effettua un orario lavorativo compreso tra le 24 e le 36 ore. Fra gli intervistati il 14,2% è occupato part-time. Sono in prevalenza donne: il 24,9% contro il 7,3% degli uomini.

FLESSIBILITÁ E SICUREZZA. La maggior parte dei lavoratori (circa il 40%) si aspetta un miglioramento dal punto di vista retributivo e una componente altrettanto significativa (circa il 30%) vorrebbe più sicurezza per il proprio futuro, mentre il 24% nutre l’aspettativa di maggiore gratificazione professionale. La necessità di più sicurezza per il futuro professionale riguarda sia chi ha titoli di studio medio-bassi sia quanti hanno realizzato livelli di qualificazione molto elevati: è tra queste componenti, infatti, che si concentrano le maggiori criticità dovute alla instabilità contrattuale. Nonostante questo i lavoratori intervistati si mostrano abbastanza o molto soddisfatti, in termini di gradimento, del proprio lavoro: al 77,9% il proprio lavoro piace molto o abbastanza. Il 33% degli intervistati ritiene il proprio posto di lavoro poco sicuro e il 12,4% per niente sicuro. Le motivazioni di chi evidenzia insicurezza riguardano soprattutto il fatto che "oggi nessun posto di lavoro è sicuro" (37,5%) e la temporaneità del contratto di lavoro (37,1%). Più articolato il giudizio sulla flessibilità che emerge dalla ricerca: per il 28,6% degli intervistati questa "può essere utile se è accompagnata da diritti e tutele"; per il 16% è "accettabile se riguarda una fase transitoria della vita"; per il 14,1% è una opportunità che fa sentire più liberi nei progetti mentre per il 26,2% la flessibilità "impedisce di formulare progetti per il futuro" e per il 15,1% è "una causa di insicurezza e ansie". La percezione della mobilità sociale invece sembra tendere a un certo pessimismo: il 60% dei lavoratori immagina la propria condizione futura peggiore o uguale a quella dei propri genitori (con una percentuale che comprende il 68% dei lavoratori atipici). In particolare, il 34% si immagina la condizione futura peggiore di quella dei genitori, il 23% uguale a quella dei genitori e il 43% migliore di quella dei genitori.

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