SOLDI. Alla larga dalla previdenza complementare: intervista a Beppe Scienza

La Commissione di vigilanza sui fondi pensione ha reso noti i dati qualche giorno fa: i lavoratori dipendenti del settore privato che a oggi hanno aderito ai fondi pensioni sono tre milioni e mezzo. Il monito lanciato: rilanciare la previdenza complementare. Un’opinione che non è condivisa dal professor Beppe Scienza, docente di Metodi e modelli per la pianificazione economica all’Università di Torino e autore de "Il risparmio tradito" e "La pensione tradita". Il professor Scienza ha le idee chiare: "i lavoratori italiani saggiamente non si sono lasciati intrappolare nella previdenza integrativa". Help Consumatori lo ha intervistato.

Lei ha scritto che "i lavoratori italiani saggiamente non si sono lasciati intrappolare nella previdenza integrativa". Cosa non va nella previdenza integrativa?

Primo: si perdono le garanzie nei confronti dell’inflazione e del TFR. Questo non va e non è eliminabile, non è emendabile, perché il TFR offre delle garanzie nei confronti dell’inflazione che non offre nessun contratto assicurativo. Seconda cosa che non va nella previdenza integrativa: si è costretti ad affidarsi al risparmio gestito. Non è possibile come per esempio in America destinare i proprio risparmi alla previdenza integrativa con qualche vincolo temporale ma senza cedere la gestione ad altri. Poi non va l’irrevocabilità della scelta. E non va che i vantaggi fiscali sono bassissimi.

I recenti dati della Commissione di vigilanza sui fondi pensione affermano che sono 3 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti del settore privato che hanno aderito ai fondi pensione ma l’adesione dei lavoratori alle forme di previdenza complementare non decolla. Perché secondo lei? I lavoratori hanno capito quello ci ha appena spiegato?

Si possono fare le scelte giuste in questo campo anche senza essere laureati in matematica. I lavoratori hanno capito, altra cosa, che rinunciano alla liquidità, cioè a trovare l’importo liquido quando vengono licenziati o quando vanno in pensione. Hanno capito che i fondi comuni sono stati gestiti a vantaggio dei gestori. Inoltre una scelta è reversibile, l’altra no. Non hanno capito tutto ma alcune cose le hanno capito e hanno scelto in maniera corretta.

Il presidente della Covip però ha detto che "la previdenza complementare va rilanciata". Immagino che lei non sia d’accordo: ci spiega perché?

Al Covip non spetta dire se la presidenza integrativa va rilanciata, va limitata o meno. Il suo è un compito di vigilanza. Esiste una società dello stato, si chiama Mefop (Sviluppo mercato fondi pensione, ndr) che è fatta per fare la promozione dei fondi pensione. Al presidente della Covip spetta dire: "io controllo che la previdenza integrativa sia fatta rispettando le leggi". Non è suo compito fare il direttore vendite. Entrando poi nel merito della materia, non sono d’accordo che debba essere rilanciata. Ma il presidente Covip non ha il compito di fare pubblicità alla previdenza integrativa.

In un recente articolo su la Repubblica lei ha scritto: "Un risparmiatore che voglia cautelarsi dal rischio inflazione ha più soluzioni. Il vero problema è semmai che non le conosce". Quali sono tali soluzioni? E perché il risparmiatore italiano non le conosce?

Una è il TFR. Secondo: ci sono titoli di Stato legati all’inflazione, sono i Btp-i, i Buoni del tesoro poliennali indicizzati all’inflazione, e ci sono i Buoni Fruttiferi Postali decennali. Perché il risparmiatore non conosce queste soluzioni? Perché le banche hanno interesse a vendere la loro roba. Le Finanziarie, lo stesso. Il Tesoro non fa più pubblicità. Negli anni Ottanta il Tesoro faceva grosse pubblicità dei suoi titoli, ora non le fa più. Le Poste fanno qualche piccola inserzione. In Germania invece il Tesoro tedesco fa pubblicità a pagina intera, sulle principali riviste, dei suoi prodotti.

Lei ha preso parte al V2 Day di Beppe Grillo il 25 aprile scorso. Nel suo intervento diceva che "gli italiani hanno fatto le scelte peggiori perché i giornalisti economici hanno consigliato il prodotto più caro per loro e più remunerativo per chi li vendeva". Come fare a capire quando il consiglio economico è "interessato" o poco trasparente?

O uno è competente in materia, e allora si salva, oppure quello che lo può salvare è una sana diffidenza quando vede che i giornali parlano così bene di prodotti venduti da privati. Naturalmente è un criterio non inoppugnabile: potrebbero parlarne bene perché sono buoni. Quello che io affermo è che dagli anni Ottanta i giornali italiani, in particolare il Mondo, il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, ma un po’ tutti, hanno spinto fondi comuni, gestioni, polizze vita carissimi e adesso, dopo circa venti anni, gli italiani cominciano a capirne i difetti.

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