“Se il cittadino si ribella” tratto da L’Unità: si accende il dibattito sulla class action

Si accende il dibattito sulla class action e i relativi disegni di legge. L’Unità dello scorso 19 novembre ha pubblicato un articolo a firma di Angelo De Mattia, ex capo della segreteria dell’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. L’articolo ha provocato le reazioni di alcune associazioni di consumatori, che hanno scritto al direttore de L’Unità contestando non i contenuti, ma l’autore, uno dei più stretti collaboratori di Fazio. Pubblichiamo di seguito la lettera del presidente del Movimento Difesa del Cittadino, Antonio Longo e l’articolo relativo apparso sul quotidiano.

"Caro Direttore, come presidente di una associazione nazionale di consumatori (il Movimento Difesa del Cittadino), ho letto con grande interesse l’articolo pubblicato su L’Unità lo scorso 19 novembre in prima pagina col titolo "Se il cittadino si ribella", in cui si riaffermano giustamente le ragioni che hanno spinto il Ministro Bersani a presentare un disegno di legge sulla "class action". E’ scritto con chiarezza, bene argomentato e rilancia una battaglia che come associazioni di consumatori portiamo avanti da anni.

Il problema è l’autore dell’articolo, Angelo De Mattia, che è stato il più stretto collaboratore del non rimpianto ex Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, strenuo sostenitore di alcuni personaggi o flemmatico e inattivo "spettatore"di alcune operazioni che più hanno danneggiato i consumatori italiani negli ultimi decenni, dal caso Parmalat alla scalata dei "furbetti" Ricucci & C.

Ben venga dunque, caro direttore, la "class action", che se fosse stata introdotta qualche anno fa sarebbe servita proprio per difendere i risparmiatori italiani dalle truffe citate. E ottimo il sostegno che, speriamo, L’Unità vorrà dare a questa meritoria battaglia di Bersani, contro la quale già stanno affilando le armi Confindustria, Abi, ANIA e loro sostenitori sulla stampa.
Ma ci risparmi questa firma che forse, al pari del suo mentore Dr. Fazio, farebbe meglio a ritirasi a meditare su S.Tommaso o a rileggere "La ricchezza delle nazioni".

"Se il Cittadino si Ribella" di Angelo De Mattia, L’Unità del 19 novembre 2006

Risarcimenti

È in discussione in Parlamento una serie di disegni di legge che introducono l’azione collettiva risarcitoria a tutela dei consumatori e degli utenti (class action); il più significativo è il progetto di legge Bersani che si rifà, apportandovi modifiche, a una proposta dalla Camera nel 2004. Il disegno Bersani stabilisce che l’illegittimità di comportamenti lesivi dell’«integrità patrimoniale dei consumatori» (relativi a contratti, a pratiche commerciali illecite, etc.) può essere accertata attraverso una iniziativa processuale affidata a «enti esponenziali di categoria» (associazioni dei consumatori e degli utenti, associazioni dei professionisti, camere di commercio).

L’istituto della class action è decisamente nuovo per il nostro ordinamento retto, per la materia, dal principio costituzionale, secondo il quale ognuno può agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, pur non mancando forme di rappresentanza collettiva nei diversi procedimenti, ma sempre collegate direttamente indirettamente a iniziative individuali. Dunque non è affatto semplice trapiantare un istituto di questo tipo in un ordinamento giuridico come il nostro che, quantunque registri una positiva evoluzione della tutela del consumatore anche per effetto delle normative comunitarie, non lascia ampio spazio al confronto su basi paritarie tra utenza e controparti.

Del resto, negli stessi Stati Uniti – che ne sono la «patria» – la class action è ora sottoposta ad attente rimeditazioni, in particolare per evitare l’«effetto valanga» o le applicazioni distorte ovvero ricattatorie che tali azioni possono registrare.
In Italia le obiezioni più rilevanti che sono state avanzate al recepimento dell’azione collettiva riguardano la limitazione a determinati enti di categoria, come si è visto, della legittimazione ad agire; il rapporto tra questi e le singole persone: il carattere cioè e i limiti della delega conferita dai partecipanti all’azione di gruppo; la non previsione, almeno in alcune proposte, di un giudizio-filtro del magistrato sull’ammissibilità dell’azione. Più in generale, si teme che una disciplina non calibrata, anziché favorire un confronto processuale fondato su di una tendenziale, «par condicio» sul piano dei rapporti di forza, possa innanzitutto alimentare la formazione di nuove corporazioni. Si teme anche che con la class action si riduca drasticamente l’interesse per composizioni stragiudiziali delle vertenze.

Ma, allora, questi limiti arrivano a far concludere per l’inopportunità dell’introduzione di un istituto che mira proprio a superare gli squilibri che nel mercato si possono determinare per comportamenti non corretti nei confronti dei consumatori da parte di grandi imprese e di società di servizi?

Copre un’area di comportamenti e di atti che non può essere – o non può essere esclusivamente – affidata alle autorità di regolazione e di controllo, pena la torsione delle loro attribuzioni; né può essere affidata soltanto a una evoluzione della disciplina sostanziale che regola i rapporti tra consumatori e imprese, senza toccare l’azionabilità dei diritti e degli interessi legittimi. E neppure si può, ogni volta, fare ricorso al «benaltrismo» per concludere che le vere questioni sono altre, a cominciare dalla riforma della giustizia civile: una necessità ed un’urgenza, invero, da tutti condivise. Così come la riorganizzazione della pubblica amministrazione – che se attuata sarebbe in grado da sola di riverberare effetti positivi anche sul Pil – e della legislazione, eliminando dalle leggi «il troppo e il vano», costituiscono passaggi fondamentali di una politica per le riforme di struttura. Ma tutto ciò, insieme con la necessità di un avanzamento del processo di revisione del regime delle Authority, non esclude, anzi esige che interventi parziali di riforma vengano dispiegati.

L’azione collettiva è un tassello che costituisce anche una sorta di naturale complemento delle politiche di liberalizzazione. E ben può coesistere con procedimenti di composizione stragiudiziale o comunque di conciliazione. Ha, dunque, ragione il ministro Bersani quando afferma che andrà avanti con la sua proposta. È bene farlo introducendo tutti i correttivi per rendere più organico, più solido, meno strumentalizzabile questo istituto. Si intervenga adeguatamente sulla pronuncia preliminare, con carattere di filtro, delle autorità giudiziaria e sul rapporto tra il singolo e le associazioni di categoria da fondare su rigorosi principi di democraticità. Potrebbe anche essere opportuno, proprio per quelle che giustamente sono state definite «tecnicalità», prevedere anche una norma di delega al governo.Si potrebbe anche ascoltare ancora il parere di autorevoli giuristi. Ma poi sarà bene procedere senza tentennamenti, con lo sguardo rivolto non solo agli interessi di categoria ma anche agli interessi generali del Paese: l’azione collettiva, il suo incombere possono essere una frusta per comportamenti virtuosi.

 

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