TUTELA CONSUMATORI. Dona: “Consumatori senza mezzi per scegliere qualità”

Sicurezza, qualità e convenienza nella spesa alimentare sono "tre facce di un unico prisma che vivono in stretta interazione fra loro". Ritratto di un consumatore alle prese con l’esigenza di bilanciare risparmio, sicurezza e qualità dei prodotti, spesso difficile da identificare davanti all’impatto degli spot, e che quindi non ha tutti gli strumenti culturali per muoversi e scegliere prodotti di qualità. A Help Consumatori, la fotografia della situazione fatta dal segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori Massimiliano Dona.

Il tema di quest’anno del Premio Dona è "La spesa alimentare tra sicurezza, qualità e convenienza". Qual è il nodo critico di queste tre qualità?

Sono tre facce di un unico prisma e quindi vivono in stretta interazione fra loro. Sono le tre sfide che deve affrontare il consumatore quando si trova davanti agli scaffali di un supermercato. La sicurezza è un prerequisito, quindi i consumatori spesso sono tentati di darla per scontata, e così fanno finché arriva uno scandalo mediatico – negli ultimi anni siamo stati testimoni di numerosi episodi con cadenza frequente – che gettano nello sconforto e nel panico i concittadini, al punto da indurli poi a comportamenti irrazionali per difetto. Per citare solo un esempio, a mettere in crisi un intero comparto come quello delle carni avicole quando si scatenò la bufera sui polli, questo anche per colpa di una stampa molto incline allo scandalismo alimentare. L’altra faccia di questo prisma, la qualità, è invece un requisito che i consumatori ricercano con sempre più affanno. Però bisogna essere chiari, i dati ci dimostrano che i consumatori tendono alla qualità, ma la domanda che svolgerò in modo provocatorio nella relazione che terrò al Premio è questa: di quale qualità parliamo? È una qualità reale, quella che viene somministrata ai consumatori, o è la qualità partigiana data dagli spot e dalla diffusione sempre crescente di prodotti asseritamente qualitativi, ma dalla qualità tutta da verificare? Ho il dubbio che i consumatori italiani ricerchino qualità senza avere gli strumenti culturali per distinguere la qualità reale da quella veicolata dagli spot. Infine la convenienza: inevitabilmente in periodi di crisi è un tema importante se si considera che quasi il 20% della nostre risorse sono spese al supermercato nella spesa alimentare. Anche qui fra convenienza reale e fra convenienza delle offerte c’è un certo disallineamento, perché spesso i consumatori vanno a cercare i prodotti in offerta per fare economia, ma magari sono in un grande supermercato e si abbandonano ad acquisti irrazionali che vanificano il risparmio.

Qualità reale o partigiana: ha trovato una risposta?

Guardando al mercato e al fatto che la crisi dei consumi non ha investito o ha investito solo marginalmente i prodotti di marca, ho la preoccupazione che questo dato sia dovuto al fatto che i prodotti di marca hanno continuato a fare molta pubblicità. Onestamente guardo al consumatore come ad un soggetto che oggi non ha gli strumenti per fare le scelte di qualità reale. La conferma deriva dall’osservazione della crescita esponenziale di problematiche legate ai consumi alimentari in Europa e in Italia: mi riferisco all’obesità e all’aumento delle fasce di popolazione in sovrappeso. L’Italia aveva un record positivo, a testimonianza di una popolazione più sana del resto d’Europa, ma gli ultimi dati ci segnalano che nei minori il nuovo trend è purtroppo è in forte espansione. Perché parlo di questi dati sull’obesità e sulla popolazione in sovrappeso? Perché se fosse vero che il cittadino sa scegliere cosa portare in tavola e come alimentarsi, questi dati sarebbero diversi. Invece veder crescere l’obesità e la popolazione in sovrappeso è a mio giudizio una conferma inequivocabile del fatto che non sappiamo alimentarci, non sappiamo fare corrette scelte alimentari.

Come possono bilanciarsi sicurezza, qualità e convenienza nei prodotti alimentari?

La soluzione per coniugare questi tre aspetti può trovarsi in alcune iniziative che esorteremo le istituzioni ad adottare, e mi riferisco in particolare all’impegno già manifestato dal nostro ministro dell’Agricoltura, per una maggiore trasparenza delle etichette, in particolare della provenienza dei cibi, elemento che potrebbe aiutare i consumatori a fare scelte più attente. Nel contempo, la nostra richiesta riguarda l’introduzione dell’educazione alimentare nelle scuole, per rimediare a quel gap culturale: tornare a insegnare ai nostri giovani e consumatori in erba come alimentarsi sarebbe un investimento strategico per il futuro del nostro mercato e per la salute della nostra popolazione. I costi sanitari spesso sono fortemente incisi da patologie connesse a una cattiva alimentazione. In ultima analisi, il portafoglio dei consumatori potrebbe essere preservato se chi va a fare la spesa ha un livello culturale superiore a quello che dimostrano oggi i consumatori.

Diverse ricerche hanno messo in evidenza che in tempo di crisi i consumatori cercano di ridurre la spesa e comprano prodotti che costano meno. Allo stesso tempo, ci viene detto che cresce il consumo di prodotti biologici, che in genere costano di più. Come interpreta queste tendenze che sembrano contrapposte?

Come ulteriore conferma di quanto dicevo. Sebbene si dica che possiamo festeggiare un consumatore oculato nelle sue scelte e consapevole, questa in realtà è una mistificazione del mondo della produzione. Perché indipendentemente dal giudizio che si può avere delle produzioni biologiche, è un dato che questi prodotti sono più costosi rispetto ai prodotti tradizionali e che non sempre assicurano più sicurezza e più qualità nelle produzioni, anche per le situazioni ambientali. Non voglio entrare nel merito di chi investe in questo business, ma già la vicinanza di un campo a un’autostrada o a un altro produttore che invece non segue i protocolli del bio vanifica quella speranza di qualità superiore che invece è veicolata dalla pubblicità. Questo paradosso è secondo me un’altra conferma della scarsa attenzione reale dei consumatori. Potrei citare altri dati, a cominciare dal fatto che il nostro paese è uno dei principali consumatori di acqua minerale. È evidente che in un momento di difficoltà forse un consumatore attento, a parità di sicurezza e qualità del prodotto, invece di accettare le lusinghe della pubblicità sull’ultima acqua in bottiglia potrebbe bere l’ugualmente sana acqua del rubinetto.

Su questo la voce dei consumatori potrebbe farsi sentire, infatti sono molte le iniziative in campo…

È una voce che per quanto impegnata si contrappone con estrema difficoltà ai clamorosi investimenti pubblicitari che le aziende fanno. Fa sorridere che la pubblicità riesca a far leva su un prodotto, l’acqua, che dovrebbe essere naturale per eccellenza. Per non limitarci alle acque minerali, c’è il caso dei cosiddetti prodotti probiotici. Oggi qualunque consumatore, arrivando davanti al banco frigo di un supermercato, si accorge che uno yogurt tradizionale è quasi impossibile da trovare. Tutti promettono di diventare più forti, più sani, più belli. È la cosmesi del cibo, una "cosmeto-food" che attribuisce al prodotto alimentare un’efficacia simile a un farmaco. Questo fa leva sulla scarsa consapevolezza dei cittadini.

Qual è il ruolo dei consumatori nel settore della sicurezza alimentare, specialmente a fronte dei continui sequestri di prodotti contraffatti o in cattivo stato di conservazione o scaduti?

È un ruolo di grande importanza. Le associazioni rivestono il ruolo di collaboratori essenziali per le autorità, perché per quanto siano sempre più numerosi e frequenti i controlli, questi non vanno mai a pareggiare il ruolo dei milioni di occhi dei consumatori che acquistano prodotti alimentari. Noi riceviamo molte segnalazioni, molte di queste le giriamo alle autorità competenti, spesso i consumatori non sanno a chi rivolgersi. Agli occhi dei consumatori le associazioni possono rappresentare un’utile valvola per indirizzare queste segnalazioni che poi possono, laddove fondate, sfociare in iniziative e sequestri a tutela della sanità pubblica.

 

di Sabrina Bergamini

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