TUTELA CONSUMATORI. Paolo Landi: “Il consumerismo ha un grande futuro”

"Il consumerismo ha un grande futuro. A due condizioni: evitare la demagogia e cercare di dare risposta a problematiche nuove, come quelle legate agli standard di qualità dei servizi". È il messaggio lasciato da Paolo Landi, fondatore di Adiconsum, alla guida dell’associazione per circa 25 anni. In occasione del "passaggio di consegne" dei giorni scorsi al neosegretario generale Pietro Giordano, Landi traccia una storia del consumerismo italiano, fotografa il quadro delle liberalizzazioni, di quelle che hanno funzionato e di quelle che ancora aspettano di decollare, e indica una via di sviluppo alla tutela del consumatore, che negli anni è cambiata ma che ha ancora molto da dare al Paese.

Da fondatore e persona che ha seguito la nascita e lo sviluppo di Adiconsum può tracciare un bilancio di questi anni?

In questi 25 anni c’è stato uno sviluppo incredibile del consumerismo. 25 anni fa parlare di tutela del consumatore era parlare arabo, c’era l’esperienza di Vincenzo Dona ma il consumerismo non era assolutamente conosciuto. Io stesso, quando la Cisl mi chiese di lavorare su questo progetto, feci un giro presso le varie associazioni europee in Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Olanda e Danimarca per capire cos’era la tutela del consumatore. C’era l’esigenza di tutelare il consumatore, perché tutte le grandi conquiste sindacali con gli aumenti dei salari venivano dilapidate da forti aumenti dei prezzi. Nacque quindi l’idea di un’associazione di consumatori per tutelare il potere d’acquisto dei cittadini. Ma l’idea partì in una realtà, quella italiana, dove il consumerismo era sconosciuto.

Come è cambiato il consumerismo italiano in questi anni?

C’è stata una prima fase di legittimazione del lavoro delle associazioni. Non è stato un compito facile, perché mentre in altri paesi c’erano strumenti legislativi come l’azione collettiva negli Stati Uniti o forti incentivi da parte degli Stati nei paesi nordeuropei, in Italia non c’era nulla. Abbiamo seguito un modello di consumerismo negoziale e sociale, nel senso di porre alle imprese dei servizi il tema della revisione dei contratti di servizio, cui abbinare procedure di conciliazione per risolvere i casi di contenzioso. Il percorso delle procedure di conciliazione ci ha legittimato nei confronti delle imprese e di conseguenza anche nei confronti delle istituzioni. Il secondo passo è stato quello di chiedere e realizzare una normativa di legge che riconoscesse i diritti dei consumatori e la rappresentanza delle associazioni dei consumatori, la legge 281, che ha rappresentato un ulteriore passo importante. Un terzo significativo passo è stato quello di chiedere quello che già esisteva in tutta Europa, cioè aiuti istituzionali per l’informazione al consumatore – la legge sulle sanzioni, di cui parte da destinare alle attività di informazione e tutela del consumatore. Si è conquistata la legge ma il suo primo uso, da parte del governo di centrodestra, fu di dare le risorse dei consumatori ai petrolieri, per ripulire le cisterne dalla benzina rossa nel periodo di passaggio alla verde. Altra tappa è stata il Codice del consumo, elemento importante di crescita del consumerismo. Per arrivare all’ultimo obiettivo rilevante, quello dell’azione collettiva, la famosa class action, che abbiamo portato a casa. Ma abbiamo uno strumento inefficace, molto formale, scarsamente utilizzato perché non è utilizzabile. Direi che in questi 25 anni abbiamo fatto passi da gigante sia nella negoziazione di protocolli con le imprese, sia nella legittimazione delle associazioni nei confronti delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Oggi siamo infatti strutture conosciute, stimate e apprezzate dai cittadini e dai consumatori.

In questo percorso come si è evoluta e posizionata Adiconsum?

Adiconsum è stata l’antesignana di questo modello di consumerismo. Il modello di negoziazione di protocolli è stato portato avanti da Adiconsum, anche per la mia personale esperienza nel sindacato. Così quando oggi in Europa ci incontriamo con le altre associazioni e parliamo dei nostri rapporti con gli amministratori delegati di banche, ferrovie e poste, queste ci guardano con gli occhi fuori dalle orbite, perché per loro avere rapporti con gli amministratori delegati delle aziende è qualcosa di impensabile. Io credo invece che questo modello di consumerismo abbia prodotto risultati notevoli, di dialogo consumerista. Si è arrivati a un periodo storico in cui i temi consumeristi erano priorità di governo – mi riferisco alle lenzuolate di Bersani. In questi anni Adiconsum ha dato quindi un contributo notevole nell’affermare un modello di consumerismo negoziale, di dialogo, di confronto, anche di scontro con le imprese, ma non di denuncia e non di demagogia. Reputo infatti che quest’ultimo sia il pericolo maggiore che stiamo correndo.

C’è un fronte critico che ha messo in discussione il fatto che le associazioni dei consumatori sia troppe, siano individualiste, che ci siano troppe sigle … si va verso prospettive di sinergia?

In una prima fase credo sia giusto, corretto e legittimo favorire lo sviluppo delle associazioni quali elemento di crescita. Quando però si arriva a superare certi numeri, diventa un elemento di debolezza. Riconoscere nel Lazio una quarantina di associazioni è semplicemente una follia. Credo ci dovrebbero essere normative di riconoscimento molto più rigide. A volte i criteri di riconoscimento sono fasulli. Ultimamente sono state riconosciute associazioni che non hanno alcuna rappresentatività reale all’interno del Paese.

Quali sono i settori che secondo lei hanno segnato maggiori progressi per il consumatore nell’arco di questi anni e quali invece quelli nelle quali l’Italia è indietro? Basti pensare alle recenti parole del presidente Antitrust Catricalà …

L’azione delle associazioni dei consumatori è stata legata ai grandi settori liberalizzati. Il primo settore liberalizzato sono state le tariffe assicurative: qui una volta liberalizzato si è partiti con aumenti a due cifre delle tariffe e con una riduzione delle garanzie. Sicuramente nel settore delle assicurazioni e della rc auto la mancanza di regole da parte di Autorità di mercato ha creato una giungla e forti aumenti. Nel settore della telefonia, ci sono due risultati contrapposti. Nella telefonia mobile c’è stato sicuramente un risultato positivo in termini di rapporto costi-qualità con l’abbassamento delle tariffe e lo sviluppo del servizio, mentre nella telefonia fissa una privatizzazione senza regole ha dato luogo a speculazioni di Borsa nei confronti dell’allora Telecom-Sip in cui gli speculatori hanno avuto grandi vantaggi, mentre oggi il nostro Paese è in forte ritardo sull’adsl, sul sistema di fonia e dati di nuova rete, perché non sono stati fatti investimenti. Questo è un esempio di fallimento dei processi di liberalizzazione. Nel settore bancario, qualche vantaggio positivo c’è stato. Il settore in cui secondo me più si sono avuti vantaggi sia per il Paese sia per i consumatori è quello dell’energia elettrica, perché c’è stata una forte Autorità di regolazione. Ritengo che le liberalizzazioni producano risultati positivi se c’è un’Autorità di regolazione forte, che stabilisce regole chiare e precise per evitare fenomeni speculativi. Laddove non c’è, prevale la speculazione rispetto all’interesse del cittadino e del consumatore.

Come è cambiato il consumatore italiano rispetto al passato? Oggi è più consapevole, disincantato, sa leggere meglio pubblicità e prodotti?

In passato gran parte della tutela del consumatore era legata ai beni di consumo. Adesso la tutela del consumatore è centrata molto meno sui beni di consumo e molto più sui servizi, soprattutto quelli a carattere finanziario. La tutela del consumatore si è dunque spostata sui servizi, anche se c’è un passo indietro sui beni di consumo a seguito della globalizzazione, perché stanno arrivando prodotti che riaprono problemi di sicurezza prima risolti. Oggi però ci si preoccupa soprattutto di servizi finanziari e assicurativi, della liberalizzazione dei servizi e della mancanza di trasparenza.

Con la scorta della sua esperienza, ha un messaggio da lanciare?

A mio avviso il consumerismo ha un grande futuro e non è in crisi. Ci sono però due condizioni importanti perché possa crescere ulteriormente. Il primo è di evitare fenomeni demagogici, come spesso si sono avuti negli ultimi tempi, con un consumerismo di denuncia e di demagogia, perché queste sono positive se fatte entro certi limiti, mentre se ci limitiamo a queste non si portano a casa risultati. Il secondo è cercare di dare risposte su problematiche nuove, come la capacità di misurarci sugli standard di qualità dei vari servizi. È un obiettivo molto ambizioso perché porta a confrontarci anche con settori quali la pubblica amministrazione e la sanità. Penso che il consumerismo, se si ristruttura in modo responsabile, abbia una grande possibilità di crescita nel nostro Paese.

 

di Sabrina Bergamini

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